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Nel lungo periodo vince ancora Keynes

Le ragioni inascoltate del Keynes internazionalista, dietro l’attuale fallimento del sistema di “Bretton Woods 2”. La chance dell’Europa: un federalismo per condividere

Se anche fossimo schiavi di qualche economista defunto, per usare una nota espressione della General Theory, non si tratterebbe certamente di Keynes. Ma contrariamente a quello che si potrebbe pensare, ai tempi della crisi europea e delle politiche nazionali di austerity, è soprattutto del Keynes economista e diplomatico internazionale che non siamo schiavi. Per accorgersene, è sufficiente guardare all’attuale, martoriato, sistema di Bretton Woods 2 come se fosse ciò che in realtà è, e cioè il punto d’arrivo di una storia, quella del non-sistema internazionale nato sulle ceneri dell’originario regime di Bretton Woods. Si è finito col dare per scontata la “normalità” del non-sistema (caratterizzato, come scrisse Williamson nel 1983i, dall’assenza di regole condivise sulla gestione di politiche degli stati membri che comportino ripercussioni significative all’esterno dei confini nazionali), e col fingere che quello nato nella prima metà degli anni Settanta non sia un vero e proprio sistema, sia pur innaturale e perverso. Come se la storia del paradigma del Washington Consensus non sia in realtà quella di un disastroso tentativo di ordine – imposto in particolare e inizialmente ai paesi in via di sviluppo ed emergenti – interamente impostato sulla disciplina (di mercato e degli interessi dei creditori occidentali) e sulla repressione del policy space, un ordine forte e strumentale, funzionale alla realizzazione dell’integrationist agenda portata avanti dalle istituzioni finanziarie di cooperazione sovranazionaleii.

Un ordine che a Keynes non sarebbe piaciuto, per usare un eufemismo. Perché l’intera carriera del Keynes internazionalistico, da Indian Currency and Finance (1913) ai piani per Bretton Woods, è da leggersi come la ricerca di un compromesso sostenibile tra le esigenze disciplinari del sistema e quelle autonomistiche degli stati membri (un vero e proprio “dilemma”, come Keynes lo definì nel Treatise on Money del 1930)iii. Se fino al Treatise on Money Keynes si era principalmente dedicato al punto di vista del sistema, dai primi anni Trenta in poi sarà l’autonomia di policy nazionale (la “twice-blessed policy” della General Theoryiv, ovvero l’autonomia nazionale nella definizione del tasso d’interesse e del foreign lending) a ispirare i suoi piani di riforma. Di qui il piano per la Clearing Union, istituzione sovranazionale di natura realmente pubblica (e tecnica, anziché politica) cui Keynes affidava il compito di gestire e ridurre gli squilibri globali utilizzando un mix composto da una moneta realmente internazionale, regole simmetriche per l’aggiustamento, possibilità di controlli sui capitali, e politica monetaria globale in armonia con gli interessi del sistema (anziché con i desideri di liquidità dei paesi in surplus e degli speculatori). “Central controls”, scriveva Keynes nella General Theory, per difendere i vantaggi dell’individualismo, e cioè “personal liberty” e “variety of life”v, in coerenza con la sua visione dell’economia come scienza morale, e dell’economico come mezzo anziché come fine, come strumento per creare le precondizioni materiali per la felicità, che a sua volta richiede autonomia di giudizio e libertà di sceltavi. L’esatto contrario dell’ordine di Washington degli anni Novanta, per altro ispirato a una filosofia tutt’altro che espansionistica.

Viene allora in mente il trilemma esposto da Dani Rodrik nel 2000vii, quello che obbliga a scegliere una combinazione di due, e soli due obiettivi tra a) integrazione piena dei mercati mondiali, b) democrazia e c) sovranità (economica) nazionale, e dunque tra 1) un per ora irraggiungibile federalismo globale retto dalle Nazioni Unite (a+b), 2) la “camicia di forza dorata” del Washington Consensus (a+c), e 3) un nuovo compromesso di Bretton Woods che attenui l’obiettivo integrazionistico (una maggiore integrazione in luogo di una piena integrazione, come negli intenti degli architetti del New Hampshire) con la salvaguardia del policy space nazionale (b+c). Il non-sistema di “Bretton Woods 2” reca evidenti segni della scelta compiuta negli anni Novanta in favore dell’opzione 2) dello schema di Rodrik: consapevoli dei rischi connessi al foreign borrowing, e memori dei disastri finanziari direttamente promossi o quantomeno aggravati dal Consensus (crisi asiatica e collasso dell’Argentina in testa), i paesi emergenti hanno scelto una strategia di “self-protection through increased liquidity”viii. Di qui l’accumulo di global imbalances, e quello senza precedenti di riserve internazionali, a fini mercantilistici ma anche di difesa in un ambiente finanziario globale che non tollera altre tutele. Con ovvi benefici per il sistema, finché ha retto la locomotiva statunitense, cui tutti – paesi emergenti, oil countries, Europa, Giappone – hanno potuto agganciare i loro vagoni. Un sistema del tipo “expensiveness with instability”, instabile e costoso: anche qui l’esatto contrario di quello “cheapness with stability”ix desiderato da Keynes fin dal 1913, quando il giovane economista britannico immaginava – ingenuamente, col senno di poi – che l’Europa avrebbe finalmente avviato una riforma razionale del gold standard prebellico (insegnando al mondo che le riserve sono fatte per essere usate e non mostrate, traduciamo letteralmente), anche per non ritrovarsi alla mercé di un “change of idea in Asia”x.

È stato proprio un “change of idea in Asia” (quello precedentemente richiamato), invece, con l’aggravante, per l’Occidente, di averlo addirittura indotto, a creare il sistema di Bretton Woods 2, e a favorire, per via dei global imbalances a esso indissolubilmente connessi, la recessione globale ai tempi della crisi finanziaria statunitense. A Keynes non sarebbe piaciuto nemmeno Bretton Woods 2: un non-sistema accettato, anche di buon grado, perché conveniente per tutti, nel brevissimo periodo; ma anche un non-sistema fuori controllo, nel quale alcuni tra quelli che dovrebbero rivaleggiare con gli Stati Uniti per il ruolo di locomotiva globale si permettono l’insostenibile lusso di adottare “export-led growth” policies da paese emergente, anziché, nell’interesse generale, politiche di crescita per domanda interna. Un sistema bloccato, senza via d’uscita: tutto il contrario del dinamico Bretton Woods 1, dell’embedded liberalism per il quale, sia pur non contento dell’accordo finale, Keynes si batté strenuamente presso i Lords britannici, confidando nella capacità umana di rivedere i propri errori e progredire sulla strada di una “sounder political economy between all nations”xi.

Molti, prima della crisi, avevano identificato nei global imbalances il problema dell’immediato avvenire. Lo avrebbe fatto anche Keynes, con ogni probabilità. Avrebbe magari immaginato – come fece nel ’45 quando era la sua Gran Bretagna il principale attore di una tragedia che vedeva per deuteragonisti, anziché possibili dei ex machina, i suoi creditori, gli Stati Uniti e l’area della sterlina – tre scenari ben definiti per l’economia mondiale alle prese con una crisi da squilibri eccessivi: lo Starvation Corner delle politiche di aggiustamento unilaterale (Stati Uniti o Cina), con ripercussioni drammatiche per l’intero pianeta; la Temptation di Bretton Woods 2, la soluzione di mercato (fondata sull’appetito del mondo emergente per i “sicuri” (!) asset finanziari statunitensi; e infine Justice, la soluzione del tipo “shared responsibilities”, che chiama tutti, surplus e deficit countries, all’aggiustamento multilaterale. Avrebbe ovviamente optato, ancora una volta, per la terza opzione, e magari puntato il dito contro la Germania, il suo enorme surplus e le sue ormai decennali politiche di contenimento dei costi del lavoro (diritti dei lavoratori inclusi). Allo scoppio della crisi europea, ritrovata nei programmi di austerity europei una chiara eredità dei dieci comandamenti del Consensus, sarebbe andato a rileggersi le sue Economic Consequences of the Peace, del 1919: vi avrebbe ritrovato le basi teoriche per condannare l’attuale, moralistica “Northern diagnosis”xii tedesca contro la Grecia e i Piigs, ma anche i prodromi delle proposte che avrebbe avanzato appunto nel ’45 per la transizione al nuovo regime. Avrebbe rimarcato che in entrambe le situazioni (1919 e 1945), il vero e proprio dono che aveva richiesto ai creditori – ristrutturazione del debito attraverso un piano condiviso e garantito dai surplus countries – rispondeva all’esigenza di condurre questi ultimi ad assumersi le loro responsabilità per la gestione degli squilibri, di condurli cioè a concedere ai paesi in crisi la libertà di scegliere politiche di rilancio, anziché, semplicemente, di sprofondare. E avrebbe formulato, per l’oggi, proposte aventi quello spirito.

La golden straitjacket (del Consensus, della “Northern diagnosis”, ecc.) si conferma regola del non-sistema, globale e (ne siamo ormai consapevoli) europeo. Tanto più grave nel secondo caso, poiché l’Europa, a differenza del sistema internazionale, si fonda su ideali di convivenza armonica, e perché il paese leader, la Germania, è anche – a differenza di quanto avviene sulla scena internazionale con gli Stati Uniti, per anni benevolo deficit di ultima istanza – il creditore del sistema. Ma l’Europa ha una chance in più, per tornare allo schema di Rodrik: quella di esercitare l’opzione dello European federalism. A patto che la Germania sia disposta, ciò che non sembra, ad assumersi quelle responsabilità che gli Stati Uniti hanno spesso rifiutato, con grave disappunto di Keynes. Dannatamente triste, aver ragione nel lungo periodo: quello nel quale anche Keynes, purtroppo, è morto.

i Williamson, J. (1983) “Keynes and the International Economic Order”, pp. 87-113 in D. Worswick and J. Trevithick (eds), Keynes and the Modern World, Cambridge (MA): Cambridge University Press.

ii Cedrini, M. (2008) “Consensus Versus Freedom or Consensus Upon Freedom? From Washington Disorder to the Rediscovery of Keynes”, Journal of Post Keynesian Economics, 30(4): 499-522.

iii In generale, sulla rilettura del Keynes internazionalistico ai tempi della crisi, cfr. Carabelli, A., Cedrini, M. (2010) “Global Imbalances, Monetary Disorder, and Shrinking Policy Space: Keynes’s Legacy for Our Troubled World”. Intervention. European Journal of Economics and Economic Policies, 7(2): 303-23; e Carabelli, A., Cedrini, M. (2010-11), “Indian Currency and Beyond. The Legacy of the Early Economics of Keynes in the Times of Bretton Woods II”. Journal of Post Keynesian Economics, 33(2): 255-80.

ivThe Collected Writings of John Maynard Keynes, E. Johnson, D.E. Moggridge (eds.), London: Macmillan. Vol. 7. The General Theory of Employment, Interest and Money [1936], 1973, p. 349.

v Ibid., p. 379.

vi Carabelli, A., Cedrini, M. (2011) “The Economic Problem of Happiness: Keynes on Happiness and Economics”. Forum for Social Economics, 40(3): 335-359.

vii Rodrik, D. (2000) “How Far Will International Economic Integration Go?”, Journal of Economic Perspectives, Winter, 14(1): 177-86.

viii Feldstein, M.A. (1999) “Self-Help Guide for Emerging Markets”, Foreign Affairs, 78, March-April: 93-109.

ix The Collected Writings of John Maynard Keynes, E. Johnson, D.E. Moggridge (eds.), London: Macmillan. Vol. 1. Indian Currency and Finance [1913], 1971, p. 91.

x Ibid., p. 71.

xi The Collected Writings of John Maynard Keynes, E. Johnson, D.E. Moggridge (eds.), London: Macmillan. Vol. 25. Activities 1940-44: Shaping the Post-War World: The Clearing Union, 1980, p. 43.

xii Cfr. De Grauwe, P. (2011), “The Eurozone as a Morality Play”, Intereconomics, 46(5), September-October: 230-31; cfr. inoltre Kregel, J. (2011) “Debtors’ Crisis or Creditors’ Crisis? Who Pays for the European Sovereign and Subprime Mortgage Losses?”, Public Policy Brief 121, Levy Economics Institute of Bard College, New York; e Papadimitriou, D.B., Randall Wray, L. (2012) “Fiddling In Euroland As The Global Meltdown Nears”, Public Policy Brief 122, Levy Economics Institute of Bard College, New York.

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