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L’Alitalia, l’Ilva e i nuovi governanti

Dossier annosi come Alitalia e Ilva vengono affrontati dai nuovi governanti che promettono soluzioni innovative. Ma sembra un abbaglio estivo: le loro competenze in materia di imprese risultano scarse e fumose.

Passa un giorno, passa l’altro e si accumulano gli anni sulle vicende di Alitalia ed Ilva. Non si può certo pronunciare a questo proposito la frase di quel centurione romano citato da Tito Livio, hic manebimus optime.

Il fatto che i due casi si trascinino ormai da tanti anni (l’Ilva da sei, l’Alitalia da ancora più tempo) mostra ancora una volta, tra l’altro, come il nostro sistema politico non sia in grado di affrontare in modo adeguato i problemi complessi che si presentano di volta in volta. Comunque, c’è ora qualche indizio che almeno per una delle due vicende (quella dell’Ilva) si possa essere vicini ad un punto di svolta. Ma forse si tratta di un abbaglio estivo.

Una cosa che appare chiara a proposito dei politici che ora tentano di governarci è quella che le loro competenze in materia di imprese e di strumenti per risolvere i problemi delle stesse appaiono abbastanza scarse. Certo, possiamo a questo proposito ricordare che i Cinque Stelle presentano come loro modello imprenditoriale l’Olivetti, azienda dove il loro ex-ideologo, Gianroberto Casaleggio, aveva lavorato; ma lo aveva fatto quando la visione di Adriano e il suo modello di impresa erano ormai svaniti da molto tempo, mentre sul tutto aleggiava trionfante, invece, il futuro capitano coraggioso Colaninno, che non aveva probabilmente granché da insegnare ai suoi sottoposti. In ogni caso, i riferimenti del Movimento al modello di Ivrea appaiono piuttosto fumosi. Incidentalmente, per quanto riguarda gli uomini della Lega, l’unico loro contatto noto con l’ azienda eporediese è quello di avere la loro sede milanese collocata nella stessa strada in cui c’erano gli uffici dell’azienda di Ivrea, forse (ahimè) proprio nello stesso palazzo. Se fosse così, avremmo un bel cambiamento nella destinazione d’uso di un edificio.

A proposito di temi aziendali, le dichiarazioni ufficiali dei governanti su come risolvere le due crisi sopra citate appaiono, come vedremo, alquanto singolari e le loro prime mosse per lo meno ambigue.

L’Alitalia

Partiamo dall’Alitalia.

Entrambi i partiti al governo hanno accennato nelle loro prime dichiarazioni alla necessità di salvaguardare l’italianità della compagnia, anche se apparentemente lo hanno fatto in maniera poco convinta.

Più preoccupanti le affermazioni nette di Salvini sulla società, in particolare sul fatto che il Governo non accetterà spezzatini, come imporrebbe invece ormai il principio di realtà. Anche le dichiarazioni di questi giorni di Di Maio non sembrano incoraggianti; egli ha infatti affermato, a proposito della società, che il tema sul tappeto non è tanto quello di venderla, ma semmai di non svenderla (!).

Bisogna a questo proposito ricordare che l’azienda non vale ormai molto e che essa non presenta particolari attrattive. Tra l’altro, in Italia essa ha da tempo perso il suo primato di mercato a favore di Ryanair, mentre anche il secondo posto è ora minacciato dalla crescita di Easyjet; secondo delle cifre fornite dal Corriere della Sera, l’azienda trasportava 25 milioni di passeggeri nel 2011, contro i 21,8 del 2017, mentre il mercato mondiale aumentava nel frattempo di quasi il 50%. A livello europeo la sua quota era, sempre nel 2017, del 2,0% e a livello transatlantico dell’1,2%. Del tutto trascurabile poi la sua presenza sui cieli asiatici, il mercato più dinamico e tendenzialmente più vasto del mondo.

Intanto il settore si trasforma a ritmi vertiginosi e mostra un livello di competitività sempre più elevato e una globalizzazione crescente. Così negli ultimi mesi abbiamo assistito, tra l’altro, al maturare di una rilevante crisi politico-organizzativa all’Air-France, al consolidarsi dei viaggi low-cost anche sulle rotte atlantiche, cosa sino a ieri impensabile, alla continua forte crescita dei vettori asiatici.

In tale quadro sembra esservi una sola possibile soluzione, quella di vendere in fretta e a pezzi il gruppo, con la Lufthansa e la Easyjet ( o Wizz Air) per il settore dei voli e un’altra società per i servizi a terra, cercando peraltro di ottenere qualcosa in più di quanto sinora negoziato non certo sul piano del prezzo, ma su quello dei livelli di occupazione, problema ancora non risolto.

A meno che non esca all’ultimo minuto un qualche coniglio dal cappello, questa volta rappresentato, come fa intravedere qualcuno, dalla solita impresa cinese, che però nessuno ha ancora visto. Intanto le notizie di parte governativa sulle prospettive concrete del dossier non appaiono in generale del tutto soddisfacenti. Ma si avvicina rapidamente la data di scadenza del prestito pubblico da 900 milioni, mentre l’Unione Europea continua a vigilare sospettosa sulla vicenda.

L’Ilva

Per quanto riguarda l’Ilva, è stato soprattutto Di Maio ad agitarsi sino ad oggi al riguardo; egli aveva cominciato col dire, in sintonia con Grillo, che bisognava chiudere l’impianto e varare al suo posto delle nuove iniziative, di fronte ad una posizione meno convinta della Lega.

Quella almeno iniziale del leader dei Cinque Stelle è da tempo anche la linea di una parte almeno della popolazione di Taranto, esasperata dai gravi ritardi nella soluzione della partita e dal fatto che essi continuano ad ammalarsi e morire, mentre le soluzioni prospettate nel piano Calenda appaiono, sul fronte dell’inquinamento e dell’occupazione, per lo meno insufficienti.

Ma pensare che nella situazione attuale dell’ amministrazione e della finanza pubbliche si riesca a ricollocare con nuove iniziative almeno ventimila persone, tra occupati diretti ed indotto (tralasciando la situazione di Genova e degli altri siti), appare un’idea fuori del ragionevole, anche vestendo per un momento i panni del Candide di Voltaire, che pensava di vivere nel migliore dei mondi possibili e che tutto andava sempre per il meglio.

E, d’altro canto, chiudere un impianto così importante per l’Italia e per l’economia del Sud apparirebbe indubbiamente irresponsabile.

Poco meno drastica è la posizione in materia del presidente della regione Puglia, che invoca da tempo una decarbonizzazione della struttura. Potrebbe essere la quadratura del cerchio, ma la fattibilità del progetto è molto difficile, se non forse a lunghissimo termine.

Ma ora Emiliano con una lettera a Di Maio, in ogni caso certamente molto tardiva, solleva anche la questione della regolarità della gara con cui a suo tempo si decise che l’azienda aggiudicataria sarebbe stata la Arcelor Mittal, minacciando con la sua azione (anche se egli potrebbe forse aver ragione sul fatto che a suo tempo, al momento della gara, l’offerta dell’altro gruppo indiano, quello di Jindal, fosse per molti versi da preferire) di allungare ancora all’infinito la soluzione della vicenda, a meno che la mossa, eventualmente concordata con il governo, non sia in qualche modo orientata a spingere la Arcelor a fare delle concessioni. In ogni caso l’invio del documento di Emiliano all’Anac (Cantone) da parte di Di Maio appare a questo punto un atto che complica molto una vicenda già molto confusa.

L’incidente arriva quando, mentre una parte dei Cinque Stelle insisteva sulla chiusura dell’impianto, sembrava che invece Di Maio stesse lavorando con buona volontà e costruttivamente ad una possibile soluzione cercando di migliorare il piano Calenda, chiedendo in particolare all’azienda aggiudicataria qualche rilevante sforzo in più sul piano del disinquinamento e sul livello dell’occupazione.

In ogni caso è certo che, come nel caso dell’Alitalia, una soluzione deve essere trovata al più presto, anche perché fra poco si esauriranno i soldi a disposizione dei commissari, dato anche che l’impianto perde attualmente circa 30 milioni di euro al mese.

Attendiamo quindi ancora qualche settimana, sperando di non trovarci di fronte all’ennesimo rinvio; allora veramente perseverare apparirebbe diabolico.

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