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Il Jobs Act e la voce del padrone

Servono idee e modelli culturali che includano la dignità e il riconoscimento della importanza del lavoro. Tra le priorità da affrontare: la difesa dei servizi pubblici universali

Il Jobs Act è una legge a favore dei padroni. Criticarne le basi concettuali e contrapporre ad esso un insieme di proposte a favore del lavoro è un contributo indispensabile alla costruzione di una politica futura a cui manca, per ora, il consenso. Le basi giuridiche dello Statuto dei diritti dei lavoratori furono costruite quando la situazione politica non ne consentiva l’attuazione. Poi la situazione sociale mutò e, in un certo senso, lo impose. Ora, certo, le condizioni economiche e politiche generali e il loro sviluppo nel prevedibile futuro sono assai peggiori di allora, ma anche le notti più lunghe non sono eterne. E, in ogni caso, è necessario impedire che diventino più buie. Anche senza mettere in conto possibili traumi finanziari e allargamenti dei conflitti ai confini mediterranei ed orientali dell’Europa, quasi tutti gli sviluppi prevedibili facili, quelli che avvengono se non si fa nulla per evitarli, sono di destra, o di estrema destra. La condivisione di idee generali e modelli culturali, come il Workers Act, che includano la dignità, il riconoscimento della importanza del lavoro nella vita dei singoli e per la società, è la premessa indispensabile per fare qualcosa di positivo, per evitare il peggio.

La parte analitica e critica di Workers Act mi sembra interamente condivisibile. In particolare la confutazione delle idee sbagliate.

La parte propositiva è, per forza, data la situazione politica, una somma di possibilità, come è inevitabile in una proposta che non può che essere culturale, nel senso che non è la piattaforma di una forza politica definita. Perciò cerca di coprire tutti i campi, senza concentrarsi su una scala di priorità, che gli attori politici potranno determinare a seconda delle circostanze. La più costruttiva mi sembra quella del cap.10, Il giusto contratto, perché ipotizza con qualche dettaglio, i diritti possibili per i free lance, su cui molto si è discusso e poco raggiunto. Non bisogna immaginarsi rovesciamenti di clima o circostanze eccezionali. Molti free lance sembrano attivi e consapevoli: potrebbero costruire il soggetto attivo in grado di ottenere risultati, il corrispettivo attuale di una lega o di una corporazione.

I decreti legislativi approvati l’11 giugno dal Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro Poletti, non fanno che confermare che tutte le innovazioni sono restrittive dei diritti dei lavoratori. Si riducono, in quasi tutti i casi, le durate dei vari tipi di Cassa Integrazione. Fa eccezione quasi solo la durata dei congedi parentali, che per la maggior parte dei lavoratori sono difficili da esigere anche nella durata attuale. Prosegue la tendenza, contro ogni evidenza ed esempio all’estero, a concentrare il lavoro su chi già lavora, a favorire gli straordinari, gli allungamenti degli orari; ad accentuare la frantumazione del rapporto di lavoro, con le somministrazioni e i voucher. A privilegiare le forme di rapporto meno protetto, come quello delle cooperative, da cui, del resto, proviene il Ministro.

Giustamente il Workers Act si oppone al lavoratore “usa e getta” e propone, in varie forme, la diffusione del lavoro, attraverso riduzioni di orario e part time concordato.

Accanto alle riduzioni c’è però una tendenza ulteriore presente in tutta l’attività del Governo Renzi: la cancellazione dei corpi intermedi e la centralizzazione delle funzioni direttive e di controllo in organi nominati dal Governo, talora con la giustificazione dell’efficienza. Se non ho capito male le parole del Comunicato stampa del Governo dell’11 giugno, con la costituzione dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, che accentra le funzioni di controllo dell’Inps e dell’Inail, i cui vertici sono nominati dal Governo, i funzionari addetti ai controlli vengono congelati in un ruolo ad esaurimento, e perciò sottratti ai rispetti Enti, che non possono sostituirli. Non ho motivo di rimpiangere le gestioni passate di questi Enti. Ma, come nel caso, ben più importante, della Cassa depositi e Prestiti, si tratta di sostituzioni con persone che rispondono direttamente alla Presidenza del Consiglio.

Mi sembra che non sia abbastanza presente nel Workers Act l’analisi del peggioramento in atto. Mentre si propone, giustamente, la creazione diretta di posti di lavoro da parte di Enti pubblici – il servizio civile per 250.000 giovani (metà di una coorte, più o meno i disoccupati di una singola classe di età, come è giusto che sia) – la privatizzazione nella scuola, nella sanità, nelle poste, va avanti, con conseguente riduzione del personale stabile e scomparsa della universalità del servizio. Per non citare sempre i casi notissimi della sanità (metà dei dipendenti con il contratto delle cooperative, nessuna attenzione all’emergenza pensionamenti delle infermiere) e della scuola, la distribuzione della posta nei paesi, per la riduzione del personale e l’accorpamento degli uffici, ha smesso da tempo di essere giornaliera e si avvia a diventare settimanale, almeno nel Comune alla periferia di Torino dove vivo, con conseguenze sull’arrivo dei periodici. E la competenza dei precari (i trimestralisti di vecchia memoria) è in declino. Per non parlare del funzionamento più che intermittente della connessione in rete. Facciamo bene a proporre attività nuove, ma qui è l’intera struttura dei servizi pubblici universali una volta esistenti che continua a ridursi. Nel mio Comune non solo non c’è la banda larga, ma il digitale terrestre funziona solo per le tre reti Rai principali. Per il resto bisogna usare il satellite.

Sul terreno dei diritti sembra che gli unici diritti riducibili siano quelli dei lavoratori poveri. I diritti dei ricchi, anche quelli dei lavoratori ricchi, a cominciare dal “terribile e forse non necessario diritto”, quello di proprietà, i diritti dei soldi, anche svincolati dalle persone e dai luoghi, ma dai proprietari sempre raggiungibili ed usabili, senza limiti, dappertutto e a tutti i fini, sembrano intangibili e innominabili. Non è il caso di introdurre nella discussione sui diritti del lavoro le regole della finanza internazionale, il mercato delle tasse (per citare Tremonti), i paradisi fiscali, ma qualcosa si può aggiungere sulle differenze tra i lavoratori ricchi e quelli poveri, i privilegiati e gli sfruttati. A suo tempo, per forza, l’intero sistema previdenziale fu appeso ai contributi, raccolti alla fonte, dei lavoratori dipendenti dell’industria, lasciando che gli autonomi, gli agricoltori, i commercianti, versassero percentuali del proprio reddito insufficienti a rendere sostenibili i loro fondi. Meno ovvia fu la tolleranza dell’abuso del sistema a retribuzione da parte dei dirigenti, in particolare di quelli apicali, con aumenti alti nell’ultimo anno, che ha portato al passivo imponente del loro fondo; del mancato pagamento da parte dello Stato dei contributi dei dipendenti pubblici, che ha portato al passivo imponente dell’Inpdap. Oggi molti lodano la permeabilità dei fondi, che consente di coprire il passivo di alcuni con l’attivo di altri, e la sostanziale fusione tra la contabilità dello Stato e quella dell’Inps, confondendo sistema assistenziale e sistema assicurativo, e consentendo di continuare a parlare di passivo anche quando il sistema assicurativo, fondato sulla contribuzione, cioè sulla solidarietà tra generazioni, è in forte attivo e può essere travolto solo dalla disoccupazione. Penso invece che bisogna distinguere tra sistema assicurativo ed assistenza, come la legge vorrebbe, e che non si può fare una difesa da avvocati, di tutti i lavoratori, ricchi e poveri, dal direttore generale al manovale, al precario, perché ogni cliente è un cliente e ha diritto alla migliore possibile difesa. Dovremmo tentare una difesa da giuristi formulando criteri generali di equità e sostenibilità. Anche i sindacati dovrebbero distinguere, non solo tra i propri rappresentati e i direttori generali, ma anche tra i lavoratori dipendenti in senso proprio. C’è bisogno di tentare una codificazione perché alla giungla retributiva e al labirinto delle pensioni si è aggiunto un caos normativo per cui tra leggi, regolamenti e tribunali diversi, se si tocca qualcosa, si scopre, a seconda delle interpretazioni e delle magistrature, che nulla è consentito o tutto è dovuto.

Per quel che riguarda i lavori nuovi, quelli socialmente utili, quelli di assistenza, non sono un problema di soldi ma di organizzazione. Quando è cominciata la privatizzazione dell’industria e dei servizi pubblici in Italia è cominciato anche lo svuotamento delle competenze (dove c’erano; e in qualche luogo c’erano) della Pubblica Amministrazione e dei politici. Tutto ciò che ha a che fare con il mondo reale, con attività produttive, viene appaltato. I politici vengono presentati come decisori puri: se sbagliano, gli elettori li puniranno. Che debbano essere competenti, sapere come si fanno le cose, conoscere i documenti, conoscere le tecniche, conoscere il paese, le città, sembra che non lo pensi più nessun addetto ai lavori. I discorsi li scrive qualcuno; alla piazza ci pensa il servizio di sicurezza, o la polizia; le attività si appaltano. L’unica competenza rimasta è il saper stare in televisione, senza la quale non si viene eletti. Chiunque proponga, come noi tutti cerchiamo di fare, assunzioni pubbliche nuove, dovrebbe porsi il problema dei quadri, pubblici – locali, se possibile – che facciano funzionare le cose. Senza quadri vinceranno sempre gli interessi particolari – profit, non profit; sempre contabilità private sono – onesti, sperabilmente.

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