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Il figlio di Celli e i figli degli altri

L’élite discute: l’unica salvezza per i figli è lavorare all’estero? Cerchiamo di allargare il dibattito, dalla mobilità geografica a quella sociale. Fuori dalle grandi famiglie

Al presidente della Luiss Luca Cordero di Montezemolo non è piaciuta per niente la sortita di Pier Luigi Celli, direttore generale della stessa Libera Università confindustriale, il quale ha animato sulle pagine di Repubblica un dibattito sotto il titolo “Figlio mio, lascia questo paese”. Montezemolo deve aver pensato che, se tutti i rampolli di famiglie benestanti lasciassero questo paese, la nuova sede luccicante della Luiss potrebbe chiudere i battenti, o convertirsi in un centro anziani di lusso. O, più nobilmente, può aver pensato che non è bello per chi si occupa di formazione trovarsi ad ammettere di aver sbagliato tutto, “avremmo voluto che fosse diverso (il Paese, ndr) e abbiamo fallito”. Forse il presidente della Luiss (e di una quindicina di altre cose) licenzierà il suo direttore generale, si dice: il che conferma tristemente lo stato delle cose nel Paese e induce persino a un moto di solidarietà verso il pluridecorato manager che, per aver detto quel che pensa, viene buttato fuori come un qualsiasi cococo. E però, c’è qualcosa che non torna nella recentissima protesta dei padri. Dopo Celli, mentre la discussione sul web dilagava con toni non sempre gradevoli per l’autore della lettera, hanno preso carta e penna altri modestissimi padri come Umberto Veronesi (“I miei figli all’estero con il cuore italiano”), Enrico Cisnetto (“Così ho preparato la fuga di mia figlia”), ed altri. Rendendo ufficiale una realtà già stra-nota: i figli dell’élite non vanno più all’estero solo per studiare, prendere il master o simili, ma per lavorare. Perché si sta meglio, perché si trovano occasioni di lavoro migliori (non meglio retribuite, ma più stimolanti), perché il mondo è piatto, perché gli piace così. E se lo possono permettere. Posso permettersi di correre il rischio, possono permettersi di scegliere e di cogliere al volo l’aspetto positivo della globalizzazione: la libertà di movimento, che ovviamente non c’è sempre e non c’è per tutti. Ecco il punto, la questione che infastidisce nelle parole dei padri sui propri figli: il discorso resta circoscritto alla propria famiglia, al proprio giro, alla propria classe sociale. Che la mobilità geografica si sia enormemente estesa, nell’anno 2009, non deve stupire. Stupisce semmai, tanto più in chi agita tale questione denunciando i mali del nostro paese, il mancato riferimento a un’altra mobilità: quella sociale, da noi ferma, immobile, irrigidita. Se neanche i figli dell’élite trovano più soddisfazione in Italia, cosa ne è dei figli degli altri? E se anche padri tanto illuminati e arrabbiati si limitano a denunciare, guardare, scrivere, dell’orticello della propria famiglia, che ne è delle praterie sconfinate delle altre famiglie, di quei figli e figlie che non hanno le opportunità, le potenzialità, le relazioni delle famiglie Celli, Veronesi, Cisnetto?Discorsi vetero, d’altri tempi? Non proprio. Tutti i dati e gli studi sulla mobilità sociale – sia che questa venga osservata attraverso le classi occupazionali, sia allorché venga esaminata tramite la somiglianza dei titoli di studio di genitori e figli, sia nel caso in cui ci si concentri sul calcolo della correlazione intergenerazionale dei redditi – mostrano che l’Italia è uno dei paesi occidentali “meno mobili”, ovvero uno di quelli in cui è più forte la trasmissione dei vantaggi socio-economici fra generazioni successive. Per esempio, la probabilità di essere dirigente o professionista, piuttosto che svolgere un qualsiasi altro lavoro, è di 7,3 volte superiore per i figli di genitori appartenenti allo stesso gruppo occupazionale, mentre i figli degli operai hanno una probabilità 10 volte superiore agli altri di essere anch’essi operai. O ancora, fra i nati negli anni ’70 i figli di laureati si laureano nel 65% dei casi, mentre le probabilità di laurearsi per chi ha un padre diplomato o con un’istruzione secondaria inferiore o con un titolo primario sono, rispettivamente, del 31%, del 16% e inferiori al 10%.Inoltre, mentre nei paesi del Nord Europa i figli dei più abbienti risultano avvantaggiati esclusivamente in relazione alla probabilità di proseguire negli studi, nel nostro paese il vantaggio intergenerazionale per chi proviene da un background più vantaggioso non si esaurisce nella scuola e nell’università; anche a parità di titolo di studio conseguito, i figli dei genitori più abbienti svolgono infatti professioni più qualificate e ricevono, in media, un reddito da lavoro più elevato.La distinzione è più chiara se si distingue il meccanismo di riproduzione intergenerazionale in due stadi successivi (ma strettamente interrelati), il cui esito può essere associato al background dei genitori. Il primo stadio è relativo all’accesso a posizioni diversamente vantaggiose, in termini di titolo di studio e qualifica occupazionale, aspetti a cui è connesso il reddito da lavoro. Il secondo riguarda la questione se, ed in quale misura, i livelli salariali, anche a parità di esito raggiunto nel primo stadio, siano connessi al background occupazionale dei genitori ed amplifichino, dunque, ulteriormente la trasmissione intergenerazionale delle diseguaglianze di reddito manifestatasi nel primo stadio. L’esistenza di forti legami intergenerazionali in ambedue gli stadi è confermata da un recente studio nel quale, mediante i dati rilevati nell’indagine ISFOL-PLUS, si sono analizzati gli effetti del background familiare sulla distribuzione delle occupazioni e dei salari degli attuali lavoratori della fascia d’età 35-49 (1).L’analisi conferma il vantaggio per chi proviene da famiglie più abbienti in ogni snodo del percorso formativo, ma mostra anche come la scarsa mobilità sociale del nostro paese non dipenda unicamente dal fatto che i giovani provenienti da background meno favorevoli tendono a conseguire titoli di studio inferiori e, quindi, svolgono mansioni meno qualificate (2). L’analisi mostra infatti, a parità di titolo di studio conseguito, una probabilità di accedere alle professioni più qualificate significativamente più alta per i figli di dirigenti e professionisti. Inoltre, l’osservazione dei redditi da lavoro annui enfatizza ulteriormente la persistenza intergenerazionale dei vantaggi: i figli di dirigenti e professionisti hanno ricevono una retribuzione del 13% più elevata – a parità di titolo di studio e professione svolta – rispetto ai figli dei blue-collars; inoltre, fra chi lavora come dirigente o professionista, i figli di genitori anch’essi dirigenti e professionisti hanno un reddito annuo da lavoro del 10% superiore rispetto a chi è figlio di genitori che svolgevano professioni meno qualificate.Di fronte a tale situazione, si può ben dire che siamo lontani da quelle prospettive che terrorizzano il nostro Presidente del Consiglio, il quale in una conferenza stampa in campagna elettorale disse con tono allarmato: “ciò che la sinistra propone è rendere uguali il figlio del professionista con il figlio dell’operaio” (RaiUno, 30 maggio 2007: si può rivedere qui). “Sì, proprio così”, fu quel che la sinistra non rispose. Vinse Berlusconi, votato anche dagli operai e dai loro figli. (1) Raitano M. (2009), “La riproduzione intergenerazionale delle diseguaglianze in Italia: il ruolo dell’occupazione dei genitori”, in Isae Rapporto Trimestrale Politiche Pubbliche e Redistribuzione, Roma, Ottobre 2009.(2) Su questo argomento, su questo stesso sito, v. “Scuola e famiglia, la società immobile”
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