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Il doppio volto della Germania

Continente Grecia/Dichiarazioni a favore della Grecia nell’euro ma anche preparativi a far fronte a un’uscita

«Vogliamo che la Grecia resti nell’euro»: la posizione ufficiale di Berlino non è cambiata. La più recente conferma è arrivata ieri, nel corso di un dibattito al Bundestag, voluto dalla Linke, dedicato al futuro del Paese ellenico nella moneta unica: tutti gli oratori della grosse koalition al governo hanno tenuto il punto. Non è un mistero, tuttavia, che al di là delle dichiarazioni ufficiali esista un altro piano della discussione, emerso dalle rivelazioni del settimanale Spiegel di un paio di settimane fa: il governo di Angela Merkel non vedrebbe come una catastrofe l’addio di Atene all’euro. Svaniti i rischi di «contagio» grazie al miglioramento della situazione in Irlanda, Portogallo e Spagna, perdere la Grecia sarebbe sostenibile: questo il convincimento che sarebbe maturato nella Cancelleria.

È ovvio che sia in corso una partita a poker. I messaggi che vengono fatti filtrare dai palazzi del potere in Germania, dunque, devono essere ambigui, anche contraddittori. Da un lato, toni concilianti e nessun atteggiamento apertamente anti-greco, in modo da non urtare la suscettibilità dell’elettorato ellenico e non mettere ancora più in difficoltà il premier uscente Samaras. Dall’altro, segnali che hanno un preciso significato: «Caro Tsipras, non hai margini di ‘ricatto’, perché ora possiamo tranquillamente scaricarvi». C’è anche chi lo dice esplicitamente senza riguardo alla diplomazia. A complicare il quadro, le divergenze in seno al governo: i socialdemocratici non seguono su questo terreno la cancelliera democristiana, ma sottolineano in ogni occasione che l’eventuale uscita della Grecia dalla divisa unica esporrebbe i Paesi «deboli» e l’intera eurozona nuovamente a pesanti attacchi speculativi.

Una cosa è certa: nella classe dirigente politica tedesca, indipendentemente dalle valutazioni sull’eventuale «Grexit», nessuno apre spiragli per una ristrutturazione del debito ellenico attraverso una ridefinizione del memorandum firmato da Atene e dalla troika (Bce, Commissione Ue e Fmi). Nonostante si levino voci di autorevoli economisti mainstream, come lo stesso consigliere del governo Marcel Fratzscher, a sostegno di quell’ipotesi. Il leitmotiv della Berlino politica, immutabile, è quello ribadito ieri dal deputato Cdu Norbert Barthle al Bundestag: «La solidarietà presuppone solidità: noi offriamo aiuto a fronte dell’auto-aiuto dei greci stessi». L’auto-aiuto consiste, naturalmente, in quelle «riforme strutturali» che – affermano all’unisono democristiani e socialdemocratici – «qualunque governo uscirà dalle urne dovrà necessariamente continuare ad attuare». Non solo perché pacta sunt servanda, ma anche perché il «corso riformatore sta cominciando a dare risultati». Quali, non è dato sapere: ma i dirigenti governativi tedeschi lo ripetono come un mantra in ogni intervista e intervento pubblico.

Le schermaglie con Tsipras non sono solo a distanza: esiste anche un «fronte interno» in cui il nemico è l’opposizione di sinistra. L’episodio più emblematico una settimana fa: un deputato Cdu, Klaus-Peter Willsch, ha chiesto le dimissioni dell’esponente della Linke Gesine Lötzsch dal ruolo di presidente della commissione bilancio del Bundestag (la prassi vuole che vada all’opposizione). Il motivo: le (moderate) critiche di Lötzsch alle ingerenze tedesche nella politica greca. L’argomento dell’onorevole democristiano: «Secondo l’antica tradizione comunista, Lötzsch tradisce i suoi connazionali e si schiera al fianco dei suoi fratelli comunisti di Syriza».

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