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Grecia: il nervosismo di Berlino

Tsipras ha dovuto ridimensionare le sue velleità economiche ma è pienamente riuscito nel suo progetto politico: fare fuori il vecchio bipartitismo di Nuova Democrazia e Pasok. E rinnovare il panorama politico

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La Grecia è “una nave alla deriva”, abbandonata dal capitano “in balia delle onde”. Questa sarebbe la valutazione del secondo governo di Alexis Tsipras secondo un rapporto riservato dell’ambasciatore tedesco ad Atene, rivelato dal quotidiano Die Welt. Secondo il giornale conservatore, il premier greco avrebbe di nuovo intrapreso un “braccio di ferro” con i creditori, “creando turbolenza” nell’Unione Europea, al fine di “evitare” l’attuazione di gran parte delle “riforme” concordate con l’Europa il 13 luglio.

La prova di questo neanche tanto nascosto disegno sarebbe la “troppa lentezza” con cui Atene si muove sulla via delle “riforme”: la prossima “valutazione” da parte dei creditori (necessaria per dare il via al versamento di più di un miliardo di euro) era prevista per ottobre, ma secondo il giornale andrà per la primavera del 2016. In altre parole, Atene mostra scarso scarso entusiasmo nell’accogliere l’ennesimo pacchetto di austerità e si permette anche di intavolare dure trattative con i rappresentanti dei creditori riguardo alle misure più dure, come le aste giudiziarie per la prima casa e i tagli alle pensioni. Non c’è dubbio, ha ragione Die Welt: ad Atene non c’è un governo degno di questo nome.

Ovviamente l’ambasciatore tedesco accreditato ad Atene si è affrettato a rendere pubblica una decisa smentita delle valutazioni attribuitegli dal giornale tedesco. Mentre la portavoce del governo greco ha accusato il giornale di pubblicare “spudorate falsità” per agevolare “progetti antieuropei” che circolano ampiamente nella destra germanica. Probabilmente gli stessi progetti che Martin Schulz ha denunciato il giorno seguente come miranti alla “dissoluzione dell’Europa”.

A Schauble sarà fischiato l’orecchio perché è tornato di nuovo a sparare a raffica contro la Grecia. Prima ha riproposto la sua teoria dell’eurozona ristretta, insistendo sulla necessità di espellere Atene. Qualche giorno più tardi intervenendo a gamba tesa sul dibattito che si sta svolgendo da quasi un anno tra Commissione e BCE riguardo alla partecipazione del FMI al cosiddetto “programma di salvataggio” della Grecia, Tsipras in un’intervista si era schierato contro la permanenza del Fondo nel programma, malgrado Lagarde abbia sempre sostenuto la richiesta greca di un generoso taglio del debito. Il ministro tedesco si è affrettato a entrare nella mischia “consigliando” Atene a cambiare opinione “per il suo bene”.

La durezza dell’attacco tedesco non è stata un fulmine a ciel sereno. Durante tutto il 2015 Berlino non ha mai smesso di guardare con grande diffidenza verso la Sinistra radicale greca. Già prima che Tsipras vincesse le elezioni di gennaio, il governo tedesco aveva scatenato una fortissima offensiva mediatica che puntava all’isolamento del pericoloso “populista” e “antieuropeo”. Una campagna mai interrotta, solo affievolita dalla decisa svolta di Tsipras nel luglio scorso.

Non è un segreto che il fallimento della strategia di scontro frontale con i creditori applicata dal primo governo Tsipras è dovuta, in gran parte, alle contraddizioni e alle ambiguità di Syriza e del premier stesso, che si è sempre rifiutato di prendere in considerazione un piano B, cioè il rischio che lo scontro potesse portare all’uscita dall’eurozona.

L’accusa lanciata da Berlino e raccolta da tutta la sua area di influenza, compresa la destra greca, contro Tsipras di puntare all’uscita dall’eurozona era del tutto ingiusta, ma alla fine ha pesato non poco nel condizionare l’atteggiamento del governo di sinistra.

La permanenza dentro l’eurozona è una richiesta che condivide la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica greca. Tornare alla dracma nell’estate del 2015 avrebbe significato per i greci ritrovarsi tra le mani dei pezzi di carta senza valore: le casse della Banca di Grecia contenevano appena 22 miliardi, una cifra assolutamente insufficiente per sostenere una nuova moneta. Mentre chi aveva provveduto a portare i suoi soldi all’estero (parecchie centinaia di miliardi secondo stime) oppure semplicemente aveva nascosto euro nel materasso (circa 10 miliardi) avrebbe facilmente potuto speculare ai danni della nuova moneta.

Tsipras, si sa, ha pagato duramente la sua decisione di respingere ogni ipotesi di grexit, sia quella punitiva proposta da Schauble all’eurogruppo del 12 luglio, sia quella “emancipatrice” proposta da Varoufakis e dall’ala sinistra di Syriza. E’ stata una scelta pagata cara. Syriza si è spaccata e il suo programma di governo è andato in fumo. Tsipras ha approvato a tamburo battente le prime misure imposte dai creditori con il sostegno dell’opposizione, finché non ha giocato di nuovo la carta delle elezioni per cambiare il suo gruppo parlamentare. A settembre ne è uscito di nuovo vincitore, mentre i dissidenti sono rimasti fuori dal Parlamento.

Il premier greco aveva firmato un terzo memorandum ma non si era certo trasformato in un sostenitore dell’austerità. Ecco spiegate le rimostranze di Berlino e le accuse di “inefficienza” lanciate verso Atene. E’ svanita l’illusione dei creditori che le nuove misure di austerità sarebbero state aplicate senza battere ciglio, come faceva Samaras e prima di lui Papademos e Papandreou. La tattica di Tsipras ha ottenuto invece dei risultati: la ricapitalizzazione delle banche è andata a porto a un costo inferiore a quello previsto; le aste giudiziarie sono state escluse per il 60% dei debitori; e da gennaio di affronterà la scottante questione delle pensioni.

E’ proprio sulle pensioni che si sta concentrando la polemica. I creditori, con il FMI in testa, sembrano rimasti sulle posizioni concordate con Samaras negli ultimi mesi del 2014 ed esigono la parità di bilancio per le casse pensionistiche entro il 2016. E’ un caso evidente di malafede. Non solo perchè la disoccupazione supera il 25%, ma anche perché Commissione Europea, BCE e FMI sanno bene che le casse pensionistiche greche hanno pagato il prezzo più alto per il taglio del debito privato (PSI) deciso da Papademos nel 2012: per tutto il decennio precedente i governi socialisti e conservatori avevano obbligato gli enti pensionistici a investire in bond dello stato e nel 2012 non era stato fatto alcun tentativo per escluderli dal haircut. E’ in quel momento che si è aperta la voragine, non prima.

Tsipras ha accettato di diminuire gradualmente il finanziamento pubblico dall’attuale 17% all’11%. Ha anche messo sul tavolo tagli alle pensioni aggiuntive ma si rifiuta decisamente di accettare il dodicesimo taglio a quelle principali.

Ad Atene quindi si cerca di mantenere un equilibrio delicato, che porta da un compromesso all’altro, nella speranza, sancita dalla finanziaria appena approvata da Parlamento greco, che già nel 2017 il Pil volga in positivo. Nulla a che fare con l’entusiastica svolta in politica economica che era stata promessa a gennaio. Ora la parola d’ordine è “stabilità” politica. Ed è proprio questo il secondo elemento che fa infuriare la destra tedesca.

E’ evidente oramai che se Tsipras ha dovuto ridimensionare di molto le sue velleità economiche, è pienamente riuscito invece nel suo progetto politico: fare fuori il vecchio bipartitismo di Nuova Democrazia e Pasok. Rinnovare radicalmente il panorama politico del paese.

Per descrivere la crisi di Nuova Democrazia basta raccontare la tragicomica storia delle primarie per eleggere il nuovo presidente. Samaras, si sa, si è dimesso dopo l’esito del referendum di giugno e il gruppo parlamentare ha scelto come leader transitorio l’ex presidente del Parlamento Vangelis Meimarakis, un moderato. Meimarakis è anche uno dei quattro candidati alle primarie. Gli altri tre sono il governatore della Macedonia centrale Apostolos Tzitzikostas, l’ex ministro Kyriakos Mitsotakis (rampollo dell’omonima dinastia politica) e l’estremista di destra Adonis Georgiadis.

Le primarie avrebbero dovuto tenersi domenica 22 novembre ma il giorno prescelto il sistema informatico è andato in tilt, lasciando a bocca asciutta migliaia di membri del partito di buona mattina ai gazebo. Cosa era successo? Che il segretario del partito Andreas Papamimikos, già accusato di aver avuto rapporti poco chiari con i finanziamenti verso una ONG, aveva scelto una società informatica a lui vicina, composta da pochissime persone e priva perfino di una sua pagina web.

Lo scandalo è stato grande: il primo partito di opposizione, riconosciuto dalla Costituzione, è dilaniato da una durissima lotta interna, continua le vecchie pratiche clientelari anche nelle situazioni più delicate e non riesce a organizzare neanche le sue primarie. Papamimikos ha scaricato le colpe sugli altri, Meimarakis si è dimesso e le nuove primarie si terranno, se Dio vuole, il 20 dicembre. Il primo compito che il nuovo leader dovrà affrontare sarà lo sfratto di Nuova Democrazia dalla sua sede attuale e il pagamento di un enorme debito di 200 milioni verso le banche.

Anche il Pasok non se la passa meglio. I suoi debiti ammontano a 120 milioni, gli elettori lo hanno definitivamente abbandonato (6% alle ultime elezioni) e la nuova leader Fofi Gennimatà non riesce ad articolare un qualsiasi progetto politico che abbia un senso. Agli inizi di dicembre durante la visita di Hollande ad Atene, i giornalisti hanno colto il seguente scambio di battute con Tsipras: “Come va il Pasok? Continua a essere alleato di Nuova Democrazia?”, ha chiesto il Presidente francese. Alla risposta affermativa del premier greco, Hollande avrebbe dato assicurazione che “ci avrebbe pensato lui”. Tsipras però lo ha bloccato: “Meglio che mi aiuti con Schauble”.

Tutto fa pensare che il leader di Syriza sia il protagonista assoluto nella scena politica greca e che lo sarà per parecchio tempo a venire. Ed ecco spiegato il nervosismo di Berlino. Il progetto di un ribaltamento politico ad Atene non è stato messo nel cassetto: le forze “europeiste” continuano a essere l’interlocutore privilegiato non solo della destra tedesca ma anche della Commissione. Un esempio: il 4 dicembre deputati di Nuova Democrazia e del Pasok avevano accusato il ministro dell’Istruzione Nikos Filis di “clientelismo” perché aveva provveduto a nominare i nuovi provveditori scolastici. Il giorno seguente, il capo delegazione della Commissione nella ex troika, Declan Costello, ha ripreso le accuse dell’opposizione e minacciato di “bloccare” le nuove tranche di finanziamenti.

Ad Atene queste esibizioni di muscoli, gli articoli di stampa provocatori, la collaborazione sottobanco con i liberisti greci, vengono degradate come fenomeni folkloristici. L’Europa si sta dimostrando poco capace di affrontare la crisi ben più gravi di quella greca e molti oramai si chiedono per quanto riuscirà a reggere ripetendo sempre gli stessi errori.

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