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Le ricadute delle politiche migratorie

Dagli anni Settanta, con l’affermazione delle dottrine neoliberiste, le migrazioni sono state sempre più connotate negativamente e presentate come antagoniste al nuovo ordine economico, politico e sociale

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Viviamo pienamente nell’epoca della mobilità umana. Sono più di 230 milioni le persone in transito nel pianeta, 34 milioni nella sola Unione Europea. Chi intraprende l’esperienza migratoria, sempre più spesso, non lo fa solo per cercare spazi e opportunità che sono ridotti o negati nel suo paese, ma anche perché costretto alla fuga da guerre, conflitti, persecuzioni. Lo scorso anno, i migranti forzati hanno raggiunto la cifra record di oltre 60 milioni nel mondo e 620 mila in Europa. Questi spostamenti – incentivati dai processi di globalizzazione, occidentalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica – hanno una fondamentale importanza euristica: contribuiscono a esplicitare le conseguenze delle politiche internazionali occidentali nei confronti di quei paesi in cui si è detto di voler di “esportare democrazia”, palesano l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, e, al contempo, si configurano come una risposta, individuale e sociale, al processo di impoverimento economico e ambientale che interessa aree geografiche sempre più estese del pianeta.

Le migrazioni sono processi complessi, capaci di disvelare caratteristiche strutturali delle società globalizzate e le tendenze socio-politiche ed economiche che caratterizzano tanto i paesi di partenza dei migranti, quanto quelli destinazione. È noto il legame tra processi migratori e modelli economici produttivi. Non casualmente in Europa, dal secondo dopoguerra a oggi, la gestione dei fenomeni migratori si è configurata, essenzialmente, come una specifica modalità di gestione della forza-lavoro dipendente. Una gestione che mutava al mutare delle generali condizioni economiche e produttive ma che, in ultima analisi, tendeva (e tende) a depauperare, con prassi e intensità differenti, le capacità contrattuali della forza-lavoro dipendente.

Fino agli anni Settanta del Novecento, le migrazioni sono state ritenute, seppure in maniera contraddittoria, funzionali allo sviluppo capitalistico e la figura del migrante, per alcuni aspetti, ne incarnava lo spirito d’intraprendenza. Quando un soggetto partiva, lo faceva all’interno di un sistema decisamente più strutturato: in virtù degli ex legami coloniali, o sulla base degli accordi bilaterali tra stati, sapeva dove andare; una volta giunto nel paese di arrivo lavorava, quasi sempre, nei settori centrali della produzione e si inseriva nel contesto sociale seguendo i canali pensati dai diversi “modelli migratori” europei. Situazione sicuramente meno precaria di quella che vivono i migranti di oggi. Situazione che, sebbene meno precaria e, per molti versi, maggiormente tutelata, riconosceva però i migranti solo come forza-lavoro. Non vi era parità di diritti con i cittadini autoctoni, così come continua a non esserci. Nella migliore delle ipotesi, i migranti erano “braccia” la cui presenza doveva essere resa funzionale alle esigenze produttive. Oggi, a questo riconoscimento parziale dei diritti dei cittadini stranieri, si aggiunge un processo di criminalizzazione e inferiorizzazione senza pari nella storia recente dei paesi destinatari dei flussi migratori.

Dagli anni Settanta, con la crisi dei sistemi fordisti e l’affermazione delle dottrine neoliberiste, le migrazioni sono state sempre più connotate negativamente e presentate come antagoniste al nuovo ordine economico, politico e sociale. Di fronte alla presenza di nuovi cittadini le società hanno iniziato a rispondere – sostanzialmente – in due modi: o con il tentativo di assimilazione di coloro i quali sono ritenuti utili e buoni attraverso un processo che tende a cancellare una diversità che crea ansia e paura; oppure con l’esclusione, allontanando fisicamente e socialmente lo straniero, facendolo sparire dalla stessa percezione sociale attraverso dispositivi e meccanismi legislativi che creano un perenne stato di eccezione.

La matrice politica e normativa di quest’approccio politico ai fenomeni migratori è da ricercare negli accordi di Schengen che hanno posto le precondizioni per un doppio regime di circolazione nell’Unione Europea: da un lato, quello riservato alle merci e ai cittadini europei, dall’altro, quello riservato ai cittadini non europei; uno spazio geografico e politico sempre più permeabile per i movimenti delle merci e dei cittadini comunitari, ma sempre meno libero per i movimenti degli esseri umani provenienti dai paesi esterni all’UE. Una situazione questa che, da un punto di vista economico, contribuisce a mantenere alti gli squilibri tra tenori di vita anche all’interno di aree geografiche contigue all’Europa, funzionali all’importazione di manodopera a basso prezzo. È l’Europa-fortezza: libera al suo interno ma impenetrabile (per lo meno legalmente) dall’esterno, tanto per i migranti economici quanto per i richiedenti asilo. Anche la legislazione europea in materia di asilo, infatti, non è scevra da contraddizioni. Si pensi al cosiddetto principio del primo ingresso (Convenzione di Dublino) che, negando ai soggetti la libertà di scegliere dove stabilirsi, di raggiungere il posto nel quale potrebbero godere di tutta una serie di supporti – da quelli sociali e parentali fino a quelli economici e politici – invece di tutelarli ne favorisce l’esclusione. In Italia, ma la situazione è simile anche in Spagna e in Grecia, è alto il numero dei richiedenti asilo e dei rifugiati impiegati irregolarmente e sottoposti a regimi di sfruttamento lavorativo intenso e addirittura paraschiavistico, in particolare nel settore della raccolta agricola stagionale. Era un rifugiato politico, per esempio, Abdullah Muhamed, morto a soli 47 anni lo scorso luglio nelle campagne di Nardò, mentre raccoglieva pomodori per meno di 25 euro al giorno.

Nella normativa comunitaria sull’immigrazione e sull’asilo sono presenti in modo evidente due anime opposte tra loro: sicurezza contro inclusione. Altrettanto evidenti appaiono le diverse velocità a cui viaggiano i due piani: progressiva e rapida armonizzazione nella repressione delle irregolarità migratorie; lenta e frammentata elaborazione di una base di regole comuni per favorire l’immigrazione regolare e i processi inclusivi. Da un punto di vista finanziario, si continuano a sostenere più le politiche repressive di quelle volte all’inclusione e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: stragi che insanguinano il Mediterraneo e, sui territori nazionali, una massa crescente di cittadini non riconosciuti come tali, deprivati di diritti, esclusi e sfruttati.

Le migrazioni, dunque, si situano al centro delle molteplici contraddizioni messe in moto dal processo di globalizzazione; per risposte realistiche alla complessità del problema si avrebbe bisogno di politiche sopranazionali – difficilmente attivabili in base agli attuali rapporti di forza che dominano il pianeta – che mettano in discussione, in primo luogo, le modalità con le quali sino ad oggi si è garantita la redistribuzione delle risorse e l’accesso ai diritti di cittadinanza, tanto a livello dei singoli paesi, quanto a livello di rapporti internazionali. È urgente una rottura culturale con il presente e il passato, superare la logica dell’emergenza ed emanciparsi, definitivamente, dalla filosofia dell’ordine pubblico. Questioni però che il dibattito politico pubblico continua, con troppa leggerezza, a sottovalutare. Parafrasando Jean-Jacques Rousseau, se continuiamo a dimenticare che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, saremo perduti.

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