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Convergenze? Meglio di no

Malpaese/Alcune buone ragioni per respingere il documento in discussione al prossimo Consiglio europeo: per integrare le economie occorrono politiche economiche differenziate

Sono giorni che la stampa quotidiana offre anticipazioni in merito ad un documento che dovrebbe divenire la base di discussione del prossimo vertice europeo. Esso avrebbe il proposito di accelerare la convergenza delle economie europee realizzando una convergenza delle politiche economiche. Cronologicamente l’enfasi è posta sulle politiche nazionali in materia di bilancio e di fiscalità, nonché sulle “riforme”, tutte liberalizzanti (mercato del lavoro, privatizzazioni, pensioni). Seguono discorsi, per il momento vaghi, in materia di bilancio europeo e di solidarietà. Si tratterebbe di orientamenti della Commissione, di Francia e Germania, del Presidente del Parlamento europeo e di quello della BCE. Al Parlamento verrebbe dato un non meglio specificato ampliamento di potere.

Le critiche, da sinistra e da quella parte di moderati che sperano sinceramente nella possibilità di costruire Europa, sono del tutto prevedibili (perché dilazionare bilancio europeo, solidarietà, politiche sociali?). Le ragioni per rifiutare l’iniziativa sono più banali. Nessun dubbio che occorra una maggiore convergenza delle economie europee. Ma è proprio per questo che va bandito il concetto stesso di convergenza delle politiche. Per integrare le economie occorrono politiche economiche differenziate.

Se si vogliono rendere più simili tra loro due persone diverse occorre cambiarle entrambe con azioni diverse e in un qualche senso opposte. E’ semplice buon senso. Keynes a Bretton Woods voleva che i paesi in avanzo di bilancia commerciale facessero politiche espansive mentre quelli in disavanzo curassero i propri mali, per importare di meno ed esportare di più, con l’aiuto temporaneo di un fondo internazionale. Il mancato ascolto di Keynes ha condotto il Fondo Monetario Internazionale ad agire sui soli paesi in difficoltà, condizionandoli in senso restrittivo e sommando in tal modo i sacrifici di questi e i mancati benefici per i paesi in avanzo.

E’ quanto accade oggi in Europa. La Germania (in misura minore i suoi satelliti) si sente “virtuosa” perché ha un bilancio pubblico “in ordine” e un surplus di bilancia commerciale. Vuole che tutti i paesi europei le somiglino in virtù. Pretende –e la Commissione ed altri paesi la seguono- che ciò avvenga con bilanci restrittivi e riforme che diano maggiore spazio alla mitologia del mercato. Come risultato tutti stanno peggio e meno in equilibrio di come sarebbe possibile e auspicabile. Convinti dal Bruxelles consensus i meno peggio alzano il ditino ammonitore nei confronti di quelli peggio. Tutti procedono infatti a velocità inutilmente ridotta. Nessuno sembra sfiorato dal pensiero che il surplus sia intrinsecamente un fattore di distorsione internazionale, ancor di più se all’interno di un’area monetaria unica, e che non tutti possono essere in surplus.

A tutti sfugge la dimensione temporale. L’accumulazione di capitale, tecnico e umano, viene prima (e costa prima) di quando possono maturare i suoi frutti. Quindi non può avvenire in un quadro restrittivo. Prima occorre spendere senza incassare. Poi verrà il momento di incassare. Le riforme, anche se per ipotesi ben disegnate, hanno bisogno di cambiamenti e adattamenti che durano anni prima di poter “cambiare i paesi”. Molte delle riforme proposte, quelle del “più mercato comunque e ovunque”, peggiorano le condizioni generali dei paesi, come è evidente dalle esperienze già fatte, non appena le si valuti appropriatamente e con riferimento a periodi sufficientemente lunghi (si pensi alla distribuzione dell’acqua). Le costanti fibrillazioni negoziali cui si sono ridotti gli organi comunitari determinano uno stato di incertezza in cui non possono emergere aspettative affidabili espansive; dunque gli investimenti languono perché nessuno si sente di scommettere sul futuro, le famiglie risparmiano troppo, la speculazione trova il terreno più fertile.

Una ripresa della costruzione europea, presuppone porre al primo posto, temporalmente e per enfasi, solidarietà e bilancio federale (quelli che il documento dilaziona). I Paesi membri dovrebbero mostrare di smettere di preoccuparsi solo del fatto che perdono o guadagnano dalle singole mosse. Dovrebbero una volta tanto invece pensare agli interessi dell’Europa, complessivamente intesa, inserendo le piccole mosse in un itinerario sensato. L’illusione di fare dell’Europa un polo competitivo mondiale attraverso la valorizzazione della conoscenza, quindi del loro patrimonio culturale in senso ampio, della loro civiltà umanistica oltre che tecnica, andrebbe ripresa in mano (al più presto, perché per ogni giorno che passa, per ogni taglio che vien fatto, la base della ripresa si assottiglia).

C’è chi ha timore che gli sbagli di oggi assomiglino tanto, troppo, alla catena di sbagli che condusse alla prima Grande Guerra, da molti ritenuta evitabile con un po’ di intelligenza, di generosità, di lungimiranza. Intelligenza! Sembra nascosta anche nell’Europa di oggi. Ma ci voleva molto a capire che non si potessero alimentare così tanto le spinte antisovietiche dell’Ucraina, visto che sarebbe stato antistorico pensare che la Russia abbandonasse pacificamente i suoi presidi strategici nella zona? Lungimiranza? Ma se nessuno ha pensato nemmeno alle conseguenze a breve della sospensione temporanea di Schengen? Solidarietà? Che pensare di quanto accaduto per le quote di assorbimento dei rifugiati? Capacità di decidere? Bastino pochi esempi storici di ciò che intelligenza, lungimiranza, capacità di decidere vogliono dire.

Bismark, certo un conservatore di razza, inventò e realizzò in meno di un decennio a partire dal 1880 un sistema di sicurezza sociale e per gli incidenti, nonché un sistema pensionistico per i lavoratori in Prussia, arrestando in tal modo l’emorragia di lavoratori verso gli Stati Uniti. Churchill, non certo un simpatizzante del socialismo, fece cose simili da Ministro del Commercio tra il 1908 e il 1910 (minimo salariale, orario massimo di otto ore di lavoro, commissioni arbitrali, aiuti per i disoccupati e l’imponente apparato legislativo delle assicurazioni sociali) e Roosevelt fece cose simili e qualcosa di più negli anni 1930. Ma Roosevelt fu certamente il più deciso (insediatosi per la prima volta come presidente il 4 marzo del 1933, con un discorso di soli venti minuti nei quali enfatizzò l’esigenza di combattere paura e disoccupazione, il giorno dopo convocò il Congresso e ordinò quattro giorni di chiusura delle banche, il 9 marzo riuscì a far approvare l’Emergency Banking Act, la legge che sostanzialmente arrestò il panico bancario). Molti leader coinvolti nella seconda guerra mondiale furono tanto lungimiranti da sentirsi in dovere di giocare d’anticipo: la Conferenza di Bretton Woods si tenne prima della fine della guerra nella convinzione forte e lungimirante dei principali leader alleati che le guerre commerciali andassero prevenute perché sono il presupposto delle guerre armate.

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