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Anche l’evasione non è uguale per tutti

Anche se forme di “evasione di necessità” da parte dei più poveri possono verificarsi, dell’elusione ed evasione si avvantaggiano soprattutto i più ricchi. Un serio contrasto all’evasione dunque rappresenterebbe dunque una seria strategia di lotta alle diseguaglianze

La misurazione della diseguaglianza di reddito e ricchezza all’interno dei paesi occidentali è stata per decenni effettuata facendo quasi esclusivamente uso dei dati, sempre più dettagliati, rilevati in indagini campionarie ad hoc (ad esempio, l’indagine sui Bilanci delle Famiglie Italiane condotta ogni due anni dalla Banca d’Italia o quella EU-SILC – European Union Statistics on Income and Living Conditions – coordinata annualmente da Eurostat in tutti i paesi della UE).

Studiare il livello della diseguaglianza e il suo andamento mediante le indagini campionarie può, tuttavia, non essere sufficiente per fornire un quadro esaustivo del fenomeno dato che, da una parte, alcune componenti di reddito o di ricchezza con distribuzione fortemente diseguale (ad esempio i redditi da capitale e da impresa o il patrimonio mobiliare) sono più difficilmente rilevabili dagli intervistatori e, dall’altra, i gruppi estremi della popolazione (i molto poveri, soprattutto se immigrati, e i molto ricchi) tendono ad essere difficilmente inclusi nei campioni rilevati.

Se, dunque, tali indagini non riescono a rilevare con estrema precisione alcuni fattori aggravanti della diseguaglianza, la sua misura potrebbe risultare sottostimata. Inoltre, se nel corso del tempo l’importanza di questi fattori si accresce – ad esempio, se aumenta il numero di immigrati molto poveri, quasi impossibili da campionare, o la quota e le risorse appropriate dai super-ricchi che sfuggono a qualsiasi tipo di rilevazione campionaria – la stessa tendenza della diseguaglianza potrebbe apparire meno accentuata di quanto effettivamente sia.

Per ovviare all’incapacità delle indagini campionarie di valutare quanto accade nei segmenti più elevati della distribuzione, quelli dove potrebbe concentrarsi buona parte dei redditi e della ricchezza complessiva, a partire dalla metà dello scorso decennio, con gli studi pionieristici di Tony Atkinson e Thomas Piketty, si è iniziato a far uso delle statistiche ufficiali relative alle dichiarazioni dei redditi (o della ricchezza nei paesi in cui esistono dettagliati archivi amministrativi sulle proprietà mobiliari e immobiliari) per misurare la quota complessiva delle risorse detenuta dai più avvantaggiati (il top 1% o 0,1% o 0,01%). I dati sui top incomes hanno, ad esempio, consentito di evidenziare una crescita della diseguaglianza (misurata come la quota del reddito dichiarato in un anno appropriata, ad esempio, dal top 1%) molto più accentuata di quella che si osserva solitamente mediante le indagini campionarie che, come detto, non riescono a rappresentare con precisione ciò che accade agli estremi della distribuzione.

Per tale ragione, alcuni autori hanno iniziato a sperimentare tecniche che incrociano dati fiscali di fonte amministrativa e dati campionari; le recenti stime di Stephen Jenkins segnalano come il già elevatissimo indice di concentrazione di Gini dei redditi nel Regno Unito aumenti dell’8% quando ai dati campionari si aggiunga ciò che accade a ricchi e super-ricchi.

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