Home / Sezioni / globi / Se cade anche il muro dell'euro

facebook-link twitter-link

Newsletter

Registrati alla newsletter di sbilanciamoci.info

Sezioni

Ultimi articoli nella sezione

16/09/2014
La dittatura dello spread
di Alessandro Somma
15/09/2014
Economia, utopia e sax
di il manifesto
15/09/2014
Europa, una minaccia credibile per cambiare rotta
di Sergio Bruno
13/09/2014
33. Diabolico perseverare
13/09/2014
Diabolico perseverare
di Anna Maria Merlo
13/09/2014
Il moto immobile
di redazione di Sbilanciamoci.info
13/09/2014
Ho trovato un difetto
di Alan Greenspan

Se cade anche il muro dell'euro

12/05/2010

La crisi fa emergere il problema originario dell'euro, da sempre ignorato dai politici: una moneta unica nello spazio economico europeo è insostenibile

La levata di scudi dei politici europei contro i “mercati” è prova di ingenuità o di ipocrisia. La crisi dell’euro non dipende tanto dai “mercati”, quanto dal fatto che adottando l’euro la classe politica ha deliberatamente ignorato l’avviso della maggior parte degli economisti, i quali da tempo avvertono che una moneta unica europea non sarebbe sostenibile. Questa scelta politica ha ragioni ideologiche che è necessario individuare per valutare le possibili vie di uscita dalla crisi. Cosa comporta la rinuncia alle monete (e quindi ai tassi di cambio) nazionali? A chi conviene? E perché? Per chiarirlo ripercorriamo gli snodi della crisi greca.

Debito pubblico e debito estero

Il problema della Grecia deriva non tanto dal fatto di avere un grande debito pubblico, quanto dal fatto che il suo debito è detenuto da non residenti, cioè è debito estero. A riprova che col debito pubblico si può convivere citiamo il Giappone, che ha, lui sì, un enorme debito pubblico, pari al 217% del proprio Pil, cioè al 17% del Pil mondiale (quello greco è appena lo 0.7%). Perché questo debito non preoccupa i mercati? In effetti, in Giappone il settore privato risparmia tanto da prestare all’estero circa 2000 miliardi di dollari, oltre a quanto presta al proprio governo. Il Giappone è il più grande creditore estero mondiale: in caso di problemi potrebbe sempre finanziare la propria economia facendosi restituire i soldi prestati all’estero. Questo la Grecia non può farlo, perché è pesantemente indebitata con l’estero, per più del 100% del proprio Pil. Prestereste più volentieri 10 000 euro a un amico che ha dieci appartamenti, o 100 a un amico disoccupato?

 

Debito estero e spesa nazionale

I paesi si indebitano se le spese superano le entrate. Consideriamo il problema in termini di commercio estero: se un paese importa (cioè acquista) più beni di quanti ne esporta (vende), dovrà farsi prestare dall’estero il necessario per coprire la differenza fra spese e incassi. Quindi la contropartita di un deficit della bilancia dei pagamenti è un aumento del debito estero. Prima delle rispettive crisi Stati Uniti, Islanda, Grecia (e Argentina, Tailandia,...) avevano un rilevante deficit estero, spesso in presenza di deficit e debito pubblico nella norma (si veda l'articolo "Anche l'Europa ha i suoi stati subprime"). Insomma, queste crisi sono tutte inquadrabili in definitiva come crisi di bilancia dei pagamenti. Qui entra in gioco il tasso di cambio.

 

Debito estero e tasso di cambio

In teoria per ridurre l’indebitamento estero un paese ha due strade: contenere la spesa o svalutare. Ma i paesi appartenenti a una unione monetaria non possono svalutare: possono solo attuare politiche restrittive.

Queste migliorano i conti con l’estero riducendo le importazioni: se la gente ha meno soldi da spendere, spende meno anche in beni esteri. La disoccupazione aumenta, perché se la spesa nazionale cala, alcune imprese devono chiudere. L’aumento dei disoccupati contiene i salari, e col tempo le merci nazionali diventano più convenienti e le esportazioni aumentano: alla domanda nazionale si sostituisce domanda estera, e le cose tornano a posto. Questo è il percorso, non breve, che si prefigura per la Grecia.

Anche la svalutazione sostituisce domanda estera a quella nazionale, ma in modo più rapido e meno devastante: svalutando il paese rende immediatamente più costose le merci estere (e ne acquista di meno) e immediatamente più convenienti le proprie (e ne vende di più), “isolando” il mercato del lavoro dallo shock. Questo è quello che ha fatto l’Islanda, che dopo la crisi ha svalutato del 133%.

Certo, il gioco non può durare all’infinito. Chi svaluta paga di più le merci importate e quindi importa inflazione, minando la propria competitività. Ma perché usare un solo strumento? Si potrebbe svalutare nel breve periodo e mettere i conti in ordine nel medio. Dal novembre 2008 l’Islanda ha stabilizzato il cambio impegnandosi in un percorso di risanamento: non ci sono stati morti per le strade. C’è stata sì l’eruzione di un vulcano, ma nessuno pensa che dipenda dalla svalutazione (fatto salvo forse qualche funzionario della Bce).

Dove sta scritto che un governo deve avere solo uno strumento a disposizione?

Maastricht e le zone monetarie ottimali

Sta scritto nel trattato di Maastricht. Con la moneta unica i paesi dell’eurozona si sono privati di uno dei due strumenti disponibili per riequilibrare i conti con l’estero, quello più rapido (e quindi più adatto per la gestione delle emergenze): la svalutazione.

Potevano permetterselo? Al di là dell’evidenza dei fatti, diamo per una volta agli economisti il merito che spetta loro: il primo a dichiarare che non potevano permetterselo è stato James Meade nel 1958 (sì, cinquantadue anni fa), e i motivi sono stati chiariti nel 1961 da Robert Mundell, che per questo ha preso nel 1999 il premio Nobel.

Le condizioni che rendono sostenibile l’adozione di una moneta unica sono quattro: [1] flessibilità di prezzi e salari, [2] mobilità dei fattori di produzione, [3] integrazione delle politiche fiscali e [4] convergenza dei tassi di inflazione. Il loro ruolo è chiaro alla luce del fatto che, come abbiamo chiarito, ai paesi che non possono svalutare rimane solo la strada “lacrime e sangue”. Quest’ultima è meno dolorosa se prezzi e salari reagiscono rapidamente ai “tagli” (la flessibilità al ribasso dei salari ripristina più in fretta la competitività del paese), e se i disoccupati possono trovare lavoro nei paesi membri più fortunati (la mobilità riduce i costi sociali dei tagli). L’integrazione delle politiche fiscali a livello sopranazionale permette interventi di sostegno delle zone in difficoltà. La convergenza dell’inflazione, poi, è cruciale per la sostenibilità della moneta unica: se in un paese i prezzi crescono più in fretta della media, nel lungo andare le sue esportazioni diminuiranno e il paese accumulerà debito estero.

Mezzo secolo di studi mostra che nei paesi dell’eurozona queste quattro condizioni non sussistono: la flessibilità dei prezzi e dei salari e la mobilità del lavoro sono insufficienti, l’integrazione delle politiche fiscali è di là da venire, e circa la convergenza dell’inflazione, ricordiamo che dal 1999 in media tutti i paesi dall’area euro hanno avuto inflazione più alta della Germania (perdendo competitività rispetto ad essa). Il paese che ha retto meglio il confronto è stato la Finlandia (con solo 0.1 punti di inflazione in più). I peggiori sono stati Irlanda (1.7 punti in più), Grecia (1.6), Spagna (1.5) e Portogallo (1.2), il che spiega appunto quanto sta accadendo (perdita di competitività, deficit di bilancia dei pagamenti, accumulazione di debito estero, crisi).

Economia e ideologia: le “riforme strutturali”

Il trattato di Maastricht ignora le condizioni dettate dalla teoria economica (flessibilità, mobilità, integrazione, convergenza dell’inflazione) e insiste sul debito pubblico (irrilevante per la teoria), con l’intento di propugnare la riduzione del peso dello Stato nell’economia, e di evitare riferimenti alla reale natura del problema. Quale sia lo suggerisce Mario Nuti in un intervento nel suo blog, dove dichiara la sua insofferenza verso il termine “riforma strutturale” che, dice lui, in tempi recenti ha significato soprattutto il trasferimento di potere d’acquisto dai più deboli agli speculatori. Vogliamo fare un passo in più? Ricordiamoci allora che in Italia prima dell’euro non si parlava proprio di “riforme strutturali” (che significano precarietà – pardon, mobilità – del lavoro, perdita di potere d’acquisto dei lavoratori – pardon, flessibilità dei salari). Il perché è chiaro: gli aggiustamenti macroeconomici allora non dovevano inevitabilmente passare per il mercato del lavoro.

L’approccio di Mundell non è ideologico: Mundell non dice che i salari devono essere flessibili e i lavoratori devono essere “mobili”. Dice solo che se non lo sono, allora è meglio non costituire una unione monetaria. Il problema di Mundell non è “vendere” il paradigma della “flessibilità” (nel 1961 non se ne parlava), è solo capire in quali condizioni un’unione monetaria è sostenibile.

L’approccio di Maastricht viceversa è ideologico. Adottare una moneta unica in un’area nella quale essa non è sostenibile impone surrettiziamente e ideologicamente ai paesi membri una rincorsa affannosa dei requisiti necessari (flessibilità, mobilità, ecc.), presentati come mero dato “tecnico” e non come esplicita scelta politica (e quindi sottratti a un reale dibattito democratico). Non è un caso se i governi che ci hanno imposto l’euro sono passati alla storia come governi “tecnici” (altra parola di cui diffidare).

 

Il crollo del muro

La crisi dell’euro è il crollo di un muro ideologico: un secondo muro di Berlino, eretto a difesa della competitività tedesca e dell’ideologia della flessibilità, travolto non tanto dai “mercati”, quanto dall’assenza di razionalità economica. Da anni gli economisti avvertono che nell’eurozona non esistono le condizioni per la sostenibilità di una moneta unica. I politici hanno proceduto per la loro strada, e ora devono gestire le conseguenze della loro scelta. Dare la colpa a generici altri (i “mercati”) non li aiuterà.

Agli elettori di sinistra italiani l’adesione all’euro è stata venduta come una vittoria della loro parte politica, dettata dal bisogno di evitare all’Italia il destino dell’Argentina. I dati mostrano che l’Argentina è incorsa in una crisi debitoria a causa della perdita di competitività determinata dalla “dollarizzazione” della sua economia, esattamente come la Grecia è incorsa in una crisi dopo l’“euroizzazione” della sua economia. L’euro è stato causa, non rimedio.

La teoria delle zone monetarie ottimali implica che l’euro è stato una vittoria politica di chi desiderava che in Europa gli aggiustamenti macroeconomici si scaricassero integralmente sul mercato del lavoro (traducendosi in “lacrime e sangue”). Vi sembra una vittoria della sinistra?

Un’analisi seria delle vie di uscita parte anche dalla risposta a questa domanda.

La riproduzione di questo articolo è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.sbilanciamoci.info.
Vuoi contribuire a sbilanciamoci.info? Clicca qui

Commenti

Don't laugh at me Argentina.

Vede, signor Rispoli, lei appartiene a quella categoria di persone che ragionano per appartenenza, e per le quali, come ho detto nella discussione al mio ultimo articolo su questo forum, provo una profonda pietas (http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/L-uscita-dall-euro-prossima-ventura-9819). Rinuncerei quindi a scuotere le sue certezze, la lascerei nell’illusione che i governi “di sinistra” degli anni ’90 abbiano fatto la cosa giusta, e via dicendo, se non fosse che lei, purtroppo, fa una cosa che oggi non ci possiamo permettere, e che tra l’altro (ma questo è un mio giudizio personale) trovo profondamente antidemocratica: diffonde informazioni false, “disinforma”, per usare un brutto neologismo. Sono sicuro che non lo fa per cattiveria, ma solo per ignoranza dei fatti. Probabilmente non ha gli strumenti culturali che le permetterebbero di accedere alle fonti dei dati, e questa è certamente colpa degli economisti, che dovrebbero fare seria divulgazione. Non ha altresì mai sentito dire che la storia non si fa con i “se”, e questo è più grave, ma non posso ascriverlo a sua colpa. Sono sicuro però che se lei è in buona fede, vorrà accettare qualche semplice rettifica. Se è in cattiva fede, caro Rispoli, peggio per lei. Ma informazioni false non vanno diffuse, e quindi contravvengo alla regola che mi ero dato di non intervenire più su questo forum per rettificarle.

Vorrei cominciare dalla fine, cioè dall’Argentina. Intanto, mi permetta di non prendere in considerazione i suoi dati inventati sull’Argentina, ma di far riferimento a quelli ufficiali, che il Fmi diffonde in questa pagina: http://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2011/02/weodata/download.aspx. Sono gratis, sono alla portata di tutti, anche alla sua.

Cosa dicono questi dati? Intanto, che alla vigilia dello sganciamento dal dollaro, nel 2001, l’Argentina era 60° nella classifica del reddito pro capite a parità di potere d’acquisto, e nel 2009, cioè otto anni dopo il “disastroso” (secondo lei) default, aveva già recuperato sei posizioni, piazzandosi 54°. Quindi il benessere degli argentini era migliorato, in assoluto e relativamente agli altri paesi, ma questo lei non lo sa e non le interessa: c’è qualcuno che le dice che “senza euro saremmo come l’Argentina”, e a lei basta questo. L’Argentina dopo aver lasciato il suo “euro” (cioè il dollaro) è cresciuta alla media dell’8% all’anno. Non ci crede? Vada a vedere, prima di aprire bocca. Andando avanti con la lettura dei dati, vedrebbe poi che mentre nel 2000 l’Argentina si stava ancora indebitando con l’estero per 9 punti di Pil all’anno, da quando si è sganciata dal dollaro è passata in posizione di surplus con l’estero, con una media di 6 punti di Pil all’anno. Non capisco quindi cosa voglia dire lei con quella storia dei dazi al 400% né da dove tragga la notizia! A parte che non credo siano praticabili per le norme dell’OMC, se anche fosse vero che qualcuno sta discriminando l’Argentina in questo modo, direi che l’Argentina se ne può fregare bellamente, visto che nonostante simili dazi discriminatori è riuscita a passare da un deficit a un surplus. Tanto peggio per i consumatori del paese così scemo da quintuplicare i prezzi dei prodotti Argentini (ma questo paese temo sia un parto della sua fantasia).

Al contrario, parte di questo surplus è dovuta al fatto che l’Argentina, fregandosene delle ricette liberoscambiste, ha applicato politiche protezioniste, limitando le proprie importazioni (non le proprie esportazioni: sono sicuro che la differenza lei la sa).

Se poi lei volesse avere la cortesia di documentarsi sul tasso di cambio peso/dollaro, vedrebbe che la svalutazione fra il 2001 e il 2002 fu del 232% (seguita da una rivalutazione del 12.5% nell’anno successivo). Esattamente quello che ci si sarebbe potuti aspettare, visto che nel periodo in cui il peso era stato fissato al dollaro, l’Argentina aveva accumulato nei confronti degli Stati Uniti un differenziale di inflazione di circa il 200%. Succede sempre così: quando un paese si sgancia da un’ancora nominale che non può sostenere, generalmente recupera il differenziale di inflazione maturato a proprio svantaggio. Esattamente come successe all’Italia nel 1992 (ma per i dettagli vada a vedere il mio commento a un altro economista improvvisato qui: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/L-Europa-della-troika.-Intervista-a-Luciano-Gallino-10519, commento che ho intitolato “Basta”: basta agli improvvisatori, basta ai disinformatori).

Tutte le sue valutazioni sul cambio italiano dopo un’ipotetica uscita dall’euro sono quindi tanto terroristiche quanto disinformate. Ma si sa, lo scopo della disinformazione è il terrorismo: ora che l’inferno non fa più paura, per tenere buone le plebi vediamo se il default funziona!

E l’idea che il premio per il rischio sui titoli del debito italiano schizzerebbe a 1800 punti base, portando i nostri tassi al 20%, è veramente la ciliegina sulla torta! Lei evidentemente non realizza che liberandosi dal peso di una moneta troppo forte, l’Italia tornerebbe a crescere (certo, non al ritmo argentino, ma a crescere) e che in un paese di 60 milioni di consumatori evoluti che riprendono a guadagnare tutti vogliono investire. Perché i mercati danno retta alla razionalità economica, riflessa nei dati che le ho citato, non alle opinioni di qualche politico decotto della prima Repubblica e di chi ancora (come lei) lo sta a sentire.

Per inciso, è vero che in Argentina il tasso di interesse sui prestiti in valuta nazionale schizzò nel 2002 al 56%, come ovvia conseguenza del fatto che, a fronte di una svalutazione del 230%, per domare l’inflazione il governo portò il tasso guida (in valuta nazionale) a oltre il 40%. Notate che quello sui prestiti esteri non seguì assolutamente lo stesso percorso (i dati sono nelle International Financial Statistics dell’IMF). Nel 2004 però il tasso sui prestiti era tornato al 6% e lì è rimasto. E noi non dovremmo svalutare del 230% (e quindi nemmeno portare il tasso guida oltre il 40% per domare l’inflazione).

Ma lei legge Repubblica? Lo sa chi è Krugman? Ecco cosa dice Krugman: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/10/25/un-buco-nel-secchio-europeo.html. Ma lei preferisce dar retta ai politici decotti anziché ai premi Nobel. Bravo, ottima scelta. Ed ecco cosa si dice all’estero: http://www.voxeu.org/index.php?q=node/7184, dove non si è schiavi dell’ideologia e della disinformazione.

Mi permetta di chiudere con un consiglio non richiesto: se vuole mancare di rispetto a me si accomodi, prometto di non reagire ulteriormente, ma cerchi di non mancare di rispetto alla verità storica.

Neuro

Sig. Rispoli ma l’articolo di Bagnai lei lo ha letto?

Riesco ancora benissimo a dare il cattivo esempio per cui lungi da me l’idea di dare buoni consigli, non dimeno penso sarebbe più utile attenersi a quanto il prof. Bagnai sostiene esplicitamente nell’articolo piuttosto a quello che lei ritiene di aver capito che il prof. Bagnai sottintenda!

Qualora poi il suo fosse solamente un mero commento ideologico volto a sviare l’attenzione da chi e da come siamo finiti in questo casino.. a la guerre... so che brucia, eccome se brucia! Direi 1936,27 volte, brucia, ma insomma se ne faccia una ragione!

Infine, per il Professor Bagnai: glie l’avevo detto di non fidarsi troppo dei “Pensieri di Pippo” e della logica da essi sottintesa! Anche se la sua semplicità torna a volte torna molto utile, é un'arma a doppio taglio e finisce che glie la ritorcono contro! Posto che una cosa si è dimostrata un male, il suo contrario non è d’ufficio un bene! Bisogna dimostrarlo! Cordiali Saluti (anche al Sig. Rispoli naturalmente)

Euro

Naturalmente, l'abbandono dell'euro - che lei sottintende nel suo articolo come misura positiva per l'Italia - ha un paio di conseguenze di cui lei non parla. Ovviamente immagino un ritorno alla lira, tanto il nome non conta.
Dato lo sfacelo dei nostri conti pubblici e della nostra economia, lei quanto pensa che varrà l'euro in lire? 1937,26 lire, come riuscì ad ottenere Prodi? E col dollaro? Lei crede che sarebbe a 1400 lire? E il debito pubblico? Noi ci stiamo nascondendo dietro la potenza economica tedesca, e stiamo ottenendo tassi che vanno da 4% dei Bot ad un anno al 6% di quelli a 10 anni. Senza, crede che potremmo restare sotto il 20-30% di interessi all'anno?
L'unico soluzione sarebbe quella Argentina: usciamo dall'euro, distruggiamo tutti i titoli pubblici (rovinando i due terzi delle famiglie italiane che hanno investito in titoli di Stato) e diventiamo da settima potenza economica mondiale a settantesima, se ci va bene.
Per la cronaca, l'Argentina ancora oggi non può esportare quasi nulla, perchè gravata da pesantissimi dazi che arrivano al 400%

Il suo odio ideologico per l'euro fa a pugni con la realtà dei fatti. Se non l'avessimo avuto, ci troveremmo oggi ad invidiare la situazione della Grecia. Perchè noi staremmo 100 mila volte peggio

Mettiamo a fuoco (l'argomento, non la BCE!)

Caro Iannini,
bene: se non capisco male, siamo d'accordo sul fatto che l'adozione dell'euro è stata una sconfitta politica delle "classi" (vogliamo usare questa parola) che si riconoscono nella "sinistra". Qualsiasi sistema di cambi fissi che non corrisponda a una zona valutaria ottimale costringe a politiche deflazionistiche (tagli e flessibilità verso il basso). Questo non sarebbe necessario, ma lo diventa per il semplice motivo che non si è mai riusciti a superare il pregiudizio ideologico che interpreta gli squilibri esterni in modo asimmetrico: chi è in surplus è bravo, chi è in deficit è cattivo, quindi la colpa e sua e deve rimediare lui.
Inutile dire che siccome il deficit sono precondizione dei surplus, quando i paesi in surplus avranno sterminato quelli in deficit cosa faranno? Ma la Germania non ha mai prodotto grandi economisti.
Mi rimangono un paio di dubbi, anche sul tuo intervento.
Le matrici scientifico/ideologiche dell'euro mi sono chiare: se la curva di Phillips è verticale, l'inflazione migliore è quella nulla, e legandosi a un paese credibile ecc. (Artis, Giavazzi,...). Ma perché ne stiamo parlando? Queste sono (o dovrebbero essere) le ragioni della destra, e la loro credibilità scientifica è quella che i fatti (ma anche tante analisi teoriche e empiriche precedenti) dimostrano.
La mia domanda è diversa: perché i politici di sinistra hanno presentato al loro elettorato come fosse una soluzione quello che PREVEDIBILMENTE E PALESEMENTE era per questi stessi elettori un enorme problema?
Tu dai una spiegazione molto romantica. Io do una spiegazione molto più prosaica: i leader della sinistra hanno (consapevolmente? inconsapevolmente?) voluto ossequiare quella che Keynes chiama "the dominant social force behind the authority", sapendo che senza pagare questa tassa loro, gli ex comunisti, non avrebbero avuto accesso alla "cadrega". Lo hanno fatto, hanno avuto l'accessit, ma ora il problema è che l'elettorato comincia a subodorare di essere stato preso in giro. Perfino la Gabanelli si è accorta che "nonostante" (sancta simplicitas) la crisi le banche si stanno facendo grasse!
Morale della favola: ricorre su questo forum la querimonia sulla sinistra che non riesce a decollare, ecc. Bene: facciamo una bella autocritica, diciamo a chi fa veramente bene questo euro, eliminiamo politicamente chi ce lo ha regalato, e vedrai che le cose si metteranno su una strada diversa, più chiara.
Ma certo che finché il diessino-piddino ex figgiccino standard continuerà a ripetere come un disco rotto "l'Argentina"... tanto avanti non andremo.
E... attenzione: questo non vuol dire non amare l'Europa! Vuol dire solo cercare di evitare i pogrom (e quindi amare l'Europa e i suoi abitanti). Non c'è corda che la storia abbia tirato senza spezzarla, e il secolo scorso ci offre molti esempi. Si potrebbe anche conservare l'euro, ma superando l'impostazione ideologicamente asimmetrica. Lo vorranno i tedeschi? Forse tanto quanto i "padani" vogliono l'integrazione fiscale in Italia, non trovi? E poi, questa asimmetria non è un dato europe, è un dato mondiale. Anche il sistema di Bretton Woods prevedeva una clausola della valuta scarsa, che naturalmente non fu mai applicata.
Insomma, il problema non è di difficile soluzione, come dici. Ma la cosa che più mi sconcerta è che tutti sembrano convinti che ignorandolo si risolverà da sé! E anche la tua conclusione, che vede giocare il caso in uno sviluppo che è chiaramente leggibile in termini di affermazione di una classe su un'altra, mi lascia un po' dubbioso.

Crisi Grecia Europa

No caro Bagnai, non è una vittoria politica, credo sia l’innamoramento per idee “forti” in un momento in cui cadono ideologie che sembravano consolidate e prevale l’esigenza esistenziale di trovare punti di riferimento (la famosa “ancora”). La tua analisi è corretta in quanto risponde con argomenti ampiamente “collaudati” ad una elementare domanda: erano in grado alcuni paesi, fra cui l’Italia, di entrare nel club della moneta unica con le note rigidità idiosincratiche rispetto al modello delle ‘aree monetarie ottimali’ ? La teoria economica suggeriva di no ma l’ orientamento del coro suggerì il sì. Attenzione, però, non fu solo una questione di innamoramento politico-esistenziale. Un certo monetarismo(non quello di Friedman !) vedeva solo vantaggi e zero costi, giudicando illusoria qualsiasi politica del cambio per raggiungere obiettivi interni. Se la miscela inflazione-riduzione della disoccupazione-svalutazione costituiva una pozione velenosa, e alla lunga mortifera, tanto valeva prendere a prestito la credibilità di una banca centrale inflessibile guardiana e diventare virtuosi. E poi in un’area moneta unica l’incentivo a stampare moneta, rafforzato da divieti di bail out, avrebbe smorzato le velleità anche dei paesi meno disciplinati. Con l’ulteriore vincolo del patto di stabilità il gioco era fatto. Il meccanismo “mundelliano” della flessibilità e quello che si basa su una certa centralizzazione del budget pubblico necessaria per intervenire in caso di shock regionali sarebbero diventati condizioni non così indispensabili. L’Europa dell’euro insomma sarebbe diventata la prova provata della pochezza delle teorie di Meade, Mundell, Mc Kinnon e probabilmente anche di Friedman. E ora che si fa ? Dobbiamo seguire Zingales che da Chicago vorrebbe ristampare dracme e pesetas (anche lire ?) e inchiodare i paesi alle loro responsabilità: spendi ?, produci inflazione ?, svaluti? Bene , ne paghi le conseguenze! Potresti però anche ravvederti e diventare competitivo, probabilmente di più senza il corsetto della moneta unica. Oppure alla inesistente flessibilità dei fattori dobbiamo sostituire una maggiore flessibilità degli interventi della BCE e rendere più istituzionale( ovviamente tramite una “concertazione” istituzionalizzata) qualche meccanismo fiscale di salvataggio, magari corredandolo con un inasprimento del patto di stabilità. Questa seconda sarà senza dubbio l’opzione adottata, ma con quali esiti in termini di sviluppo e.. di consenso nei confronti della comune patria europea ? Credo che pochi attualmente sappiano dare una risposta convincente a tale domanda, anche perché l’Europa non farà un vero salto politico istituzionale nel senso di avvicinarsi ad una vera e propria federazione. Forse l’economia qui non c’entra, è la storia che imbocca, per una molteplicità di fattori non sempre decifrabili, direzioni dagli esiti non prevedibili.

Economisti?

Caro Tommaso,

ti ringrazio per l'apprezzamento e per gli stimoli che continuamente mi fornisci.
Oggi ho inviato a una rivista internazionale la versione "accademica" di uno dei miei interventi su sbilanciamoci (ho scelto una rivista internazionale perché certo del fatto che in Italia non verrebbe pubblicato: del resto, nei concorsi le riviste italiane contano meno di quelle internazionali, e quindi...). La procedura di invio prevedeva che io a un certo punto dichiarassi di non avere alcuna possibile forma di conflitto di interessi rispetto al contenuto del mio contributo scientifico.
Che dici, sto rispondendo alla tua obiezione?
Chiedere a un rappresentante della BCE se l'euro è buono è come chiedere all'oste se è buono il vino, e questo a Roma sanno che non è cosa opportuna (ma magari a Milano no, chissà?). Forse questo risponde in parte alla tua domanda?
Quando io mi riferisco agli "economisti", mi riferisco alla letteratura scientifica internazionale. Ho citato Mundell e Meade, ma avrei potuto citare De Grauwe, Baldwin, Fleming, Kenen, Feldstein, Buiter, ecc.. Mi rendo conto che di questa letteratura il grande pubblico non ha ricevuto che un'eco sfuocata e distorta. Tutta questa letteratura riconosce senza alcun tentennamento il fatto che la decisione è stata politica.
Il problema è che noi tutti ricordiamo i nostri politici proporci l'euro come scelta che rispondeva a una razionalità economica, per i suoi molteplici vantaggi.
La sintesi è che la decisione più importante del secondo dopoguerra in Europa è stata presa senza che nessuno voglia addossarsene la responsabilità, il che la dice lunga, non trovi? I politici la addossano ai tecnici, e i tecnici, a mio avviso in modo molto più motivato e convincente, ai politici. Vogliamo ragionare di democrazia e demagogia?
La comunicazione sull'euro è stata sostanzialmente truffaldina (se vista alla luce della teoria economica così come si riflette nelle maggiori riviste scientifiche internazionali), e i responsabili di questa truffa (so che è fastidioso riconoscerlo) non sono tutti nel campo nel quale a noi piacerebbe che fossero. Questo mi premeva sottolineare.
Il problema è che se non li staniamo uno per uno (e non cominciamo a non votarli più) non riusciremo mai a fare quello che mi sembra anche tu voglia fare, cioè cominciare a ragionare sulla reale natura del problema.
Un paese nel quale chi è di sinistra (o di destra) spesso lo è per gli stessi motivi sentimentali per i quali è della "Maggica" (o della Lazio), nel quale le scelte politiche sono irrazionali perché non informate, ma anche perché condizionate dalla logica dell'appartenenza (per cui tutto quello che fanno "gli altri" è sempre sbagliato e tutto quello che fanno i "nostri" è sempre giusto), ovviamente si terrà felice e contento la BCE.
Non trovi?

Economisti inascoltati?

Caro Alberto, dici molte cose giuste, ma un'obiezione debbo fartela.
Se fosse vero - come tu dici - che gli economisti hanno sempre saputo che l'Europa non era un'area monetaria ottimale (e che quindi l'euro era un errore), mi pare però che lo abbiano detto assai poco e assai flebilmente. Per convincersene bastava ascoltare gli economisti intervenuti ai numerosi dibattiti televisivi di questi giorni. Tutti ad invocare rigore (=lacrime e sangue) per la povera Grecia e per i PIGS : nessuno che abbia detto che forse lo sbaglio da correggere era l'euro stesso. L'euro che non è - non mi stancherò mai di ripeterlo - l'Europa. La integrazione europea è un grande e nobile ideale, l'euro è stato un grosso passo sbagliato, e quindi dannoso, su questa strada.
E' ora che gli economisti - se davvero lo pensano - escano fuori apertamente e coraggiosamente su questo tema.
Si, coraggiosamente, perchè criticare l'euro è stato sino ad oggi - specie in Italia - più "sconveniente" o addirittura blasfemo che parlar male di Garibaldi.

"Oggi piove schifosamente: un'acqua fottuta, un'umidità boja..."

Giovanni Mainardo, mai avrei pensato che rivolgendomi a sbilanciamoci sarei entrato nelle antique corti degli antiqui uomini e mi sarei incontrato con te. Fra le tante cose che avevi previsto, c’era anche quella che fondare sul dollaro il sistema monetario mondiale sarebbe stata una grandissima castroneria, e tale si è rivelata con la crisi del 2008. Ma quando parli di ingegnere a chi pensi? Io penso a Gadda, Carlo Emilio, per due motivi. Il primo è che lui deprecava quella allergia alla matematica della quale tu ti fai vanto (unica cosa del tuo intervento con la quale non posso trovarmi d’accordo... anche se so che la colpa non è tua, ma degli allergeni – sotto forma di docenti di matematica!)
Il secondo è che penso con grande tristezza al suo sacrificio (vedi il titolo), e alla sua lucida disperata consapevolezza dell’inutilità dello stesso ("il mio popolo, la mia patria che tanto amai, mi appaiono alla prova ben peggiori di quanto credevo"), perché poi, alla fine, un secolo dopo, siamo in effetti nel quarto Reich. Sono contento di non essere solo a pensarlo.
Ma quelli erano altri ingegneri, e altri milanesi...

Sintesi

Caro Galimberti, la gentile editor mi chiede (giustissimamente) di essere sintetico, e quindi è normale che qualche passaggio sia poco chiaro. Gli argomenti non sono semplicissimi e la sintesi è difficile da raggiungere.
Fra conti pubblici e commercio ci possono essere legami diretti o indiretti.
Il legame diretto c’è perché in contabilità nazionale le importazioni non sono solo private. Se l’esercito greco compra un elicottero italiano, noi esportiamo e loro importano: in questo caso i consumi pubblici greci si traducono direttamente in importazioni greche.
Il legame indiretto c’è perché se un governo attua una politica espansiva i cittadini si trovano ad avere più soldi, che poi spendono come credono, in parte anche in beni di importazione. Esempio: se il governo greco aumenta lo stipendio ai docenti universitari, questi sono consumi collettivi (e quindi aumenta il deficit corrente del governo). Il docente poi può decidere di acquistare magari un’auto straniera, e ecco che l’incremento di deficit del governo si traduce in importazioni.
C’è anche un terzo tipo di legame, puramente finanziario. Se le famiglie e le imprese di un paese si indebitano eccessivamente (per acquistare beni nazionali o esteri) alla fine non sono in grado di rimborsare i prestiti, falliscono, e le banche accumulano sofferenze. In una situazione di crisi generalizzata, lo stato interviene per evitare il collasso del sistema finanziario, ed ecco che il debito da privato (debito di una famiglia con una banca) diventa pubblico. Il default di chi ha speso troppo viene ripartito su tutti i contribuenti, e si tira avanti.
Non conosco bene i conti greci perché per lavoro mi occupo di Cina e Africa, si dovrebbe andare a guardare per capire cosa è successo esattamente, ma i legami sono più o meno di questo tipo.
Tuttavia quello che sto cercando di far capire in questi giorni è che il debito pubblico è in grandissima parte un falso problema.
La crisi asiatica è scoppiata in Tailandia nel 1997. Nel 1996 il debito estero della Tailandia era pari al 50% del Pil e quello pubblico sapete a quanto? A un preoccupantissimo 4%!
Inutile dire che i 50 punti di Pil di debito estero non potevano essere imputabili allo Stato. Utile invece dire che la disciplina fiscale tailandese aveva tratto in inganno gli investitori esteri.
E che c’entra questo con la Grecia... che invece era fiscalmente indisciplinata? Be’, io ho provato a spiegarlo, non so se ci sono riuscito, ma sono disposto a insistere...

dal privato al pubblico

Gli articoli di Bagnai sono davvero ottimi per lucidità e chiarezza. Una domanda per esplicitare meglio un passaggio che personalmente non afferro ancora: importazioni e esportazioni riguardano il commercio privato. giusto? Come si giunge allora a un problema di conti pubblici? Perchè se io persona fisica (o giuridica) compro dall'estero (facendomi magari prestare i soldi dalla mia banca) più di quanto non riesca a vendere all'estero, il mio stato va in difficoltà e finisce sotto attacco degli speculatori internazionali? Mi perdoni se la domanda è stupida o ingenua, e grazie per l'eventuale risposta!

alcuni commenti

Gentile Professor Bagnai,

qualche osservazione da profano in merito al suo articolo, veralmente ben scritto e di agevole comprensione,
anche per chi é allergico all'economia e alla matematica come il sottoscritto.

1. é veramente ironico che l'Unione Monetaria Europea, dipinta come il Giardino dell'Eden della stabilità finanziaria e, addirittura, da molti esaltata nel paragone con la stampabiglietti FED,
stia per implodere non per colpa degli americani goderecci e senza case, ma a causa della Grecia (certo, la colpa é degli sporchi e corrotti politici dell'Ellade: non di chi ha comprato i loro titoli tossici - scommetto nessuna banca tedesca, vero?).
Non trova?

2. mi pare di aver letto da qualche parte, ma non ricordo con precisione dove, che, d'abitudine, in economia, se l'aggiustamento non avviene tramite i prezzi (tassi di cambio, come da lei brillantemente riportato), allora si manifesta attraverso le quantità (produzione, consumi, investimenti, (dis)occupazione).

3. mi permetta di dirglielo, ma lei non ha capito nulla: la crisi si deve alla scarsa disciplina fiscale e alla politica monetaria eccessivamente accomodante della Banca Centrale Europea. Si tranquillizzi, pero': la salvezza sta per arrivare, sotto forma di Super Axel Weber. Mi hanno spiegato che é il Presidente della Bundesbank, una "azienda" specializzata nel garantire benessere economico ee equilibrio finanziario a tutti (quelli che abitano in territorio tedesco). Pare che abbia un progetto segreto, chiamato Quinto Reich (il Quarto é quello che stiamo vivendo, per chi non se ne fosse accorto)

4. in conclusione, lei dev'essere di sicuro uno di quegli spendaccioni keynesiani che vorrebbe mandare sul lastrico MIGLIAIA di poveri, ONESTI, speculatori, mi scusi, intendevo dire risparmiatori. Di certo dipenderà dall'aver studiato in una
Università Statale e corrotta come La Sapienza... Se avesse davvero avuto voglia di studiare, avrebbe frequentato quell'isola
felice che si trova a Milano - come si chiama? Ah, si', Bocconi, mi pare. Li' si' che ne sanno! Ma non ha letto Giavazzi?
Beh, le consiglio di farlo...

Torni a scrivere solo dopo un'attenta lettura dell'Ingegnere, mi raccomando!

Con stima e simpatia,

GM