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Stato e gioco d’azzardo. Se il banco perde

Dal 2005 al 2014 la raccolta dei giochi di Stato è cresciuta del 191%, le entrate erariali soltanto del 30%, mentre i costi economico-sociali e sanitari aumentano e il giro d’affari criminale dilaga

Le cifre sono di quelle che fanno tremare i polsi: 84,5 miliardi di euro spesi nel gioco in Italia nel 2014, cioè 1.400 euro a persona, considerando anche i neonati e i centenari. L’Italia è il primo mercato del gioco d’azzardo in Europa e il terzo mercato nel mondo. Un giro d’affari che vale più del 5% del Pil, praticamente la terza impresa del paese. Parliamo di “Gratta e Vinci”, slot machine, scommesse, giochi on line, etc. Un’offerta che invade la nostra vita quotidiana, occupando capillarmente luoghi di sicuro transito ed essendo sempre più presente su internet.

Il giro d’affari mondiale del gioco d’azzardo è di 380 miliardi di euro. Di questa torta enorme la fetta italiana rappresenta più del 22%. Negli ultimi anni, in particolare, è esploso il numero delle slot, che si sono moltiplicate fino a far guadagnare all’Italia l’ennesimo primato in negativo: una ogni 155 abitanti, stando agli ultimi dati forniti dal Ministero dell’Economia nella seduta della Commissione Finanze della Camera del 3 dicembre 2015, a fronte di una ogni 261 in Germania e una ogni 372 negli Stati Uniti[1]. La legge di stabilità 2016 impone una riduzione del 30 per cento delle slot machine, ma soltanto nell’arco di quattro anni e con effetti incerti, visto che la riduzione dovrebbe applicarsi all’intero stock delle macchine in circolazione, al lordo di quelle attualmente in magazzino, che sarebbero decine di migliaia (cfr. Sergio Rizzo sul Corriere della Sera del 21 febbraio scorso http://www.corriere.it/economia/16_febbraio_21/slot-machine-ridotte-30percento-ma-sono-quelle-gia-magazzino-3de38702-d8db-11e5-842d-faa039f37e46.shtml).

I sostenitori del gioco evidenziano che lo Stato ne ricava risorse ingenti, circa 8 miliardi di euro netti ogni anno, e che il settore dà lavoro a 120mila persone. Affermano inoltre che la diffusione del gioco legale contribuirebbe a ridurre quello illegale. La questione non è tuttavia semplice come sembra.

Innanzitutto bisogna valutare il gettito IVA che lo Stato potrebbe incassare se i soldi spesi nel gioco venissero impiegati in modo diverso. Ipotizzando un’aliquota IVA media del 15% e considerando la spesa nel gioco del 2014 al netto delle vincite (17,5 miliardi di euro), l’incasso dello Stato sarebbe di 2,6 miliardi di euro circa, non proprio una cifra da nulla.

Inoltre, occorre considerare i costi sanitari ed economico-sociali della ludopatia, il cui ammontare si stima sia dell’ordine di alcuni miliardi di euro (Conagga, Libera). La dipendenza dal gioco è ormai ritenuta a pieno titolo una forma a sé di disturbo ossessivo compulsivo e dal 2012[2] è stata inserita dal Servizio Sanitario Nazionale tra i livelli essenziali di assistenza. Con 1 giocatore patologico ogni 75 persone, l’azzardo può essere considerato una vera e propria piaga sociale. Il gioco toglie tempo e risorse ad attività migliori, produttive o comunque positive. Conduce a un deterioramento dei rapporti sociali e affettivi, provoca spesso la perdita del posto di lavoro e il fallimento del matrimonio e in ogni caso costituisce un profondo trauma per la famiglia del giocatore. Ai costi sanitari e a quelli derivanti dal crollo della capacità lavorativa vanno aggiunti i costi delle iniziative di analisi del fenomeno, studio, sensibilizzazione e assistenza prese dalle amministrazioni pubbliche a vario livello.

Sebbene sia fonte di una tassazione volontaria, il gioco d’azzardo costituisce altresì una misura regressiva, considerato che i giocatori sono tendenzialmente persone a basso reddito, che quindi contribuiscono di più agli introiti dello Stato.

L’analisi del trend della raccolta dei giochi negli ultimi dieci anni, confrontato con quello delle entrate erariali non straordinarie, pone ulteriori dubbi circa la convenienza pubblica nella gestione del settore. Tra il 2006 e il 2014 il delta tra la spesa dei giocatori al netto delle vincite e gli introiti erariali è passato da 5,4 miliardi a 9,5 miliardi di euro, registrando un aumento di oltre il 77% imputabile alla progressiva variazione nel peso delle diverse tipologie di gioco sul giro d’affari complessivo. Negli anni, infatti, è diminuita la raccolta dei giochi tradizionali, per cui è dovuta un’aliquota fiscale maggiore – Lotto, Superenalotto e Scommesse – mentre è notevolmente aumentata la raccolta dei nuovi giochi – Slot, videolottery e giochi on line – su cui l’erario ricava percentualmente di meno. Un divario su cui il Governo è intervenuto con la Legge di Stabilità del 2016, nella quale è previsto un ritocco al rialzo delle aliquote su slot e videolottery (rispettivamente al 17,5% al 5,5%), ma anche una riduzione del payout, cioè della percentuale delle vincite. Provvedimento che, se da un lato addossa l’aumento del prelievo ai giocatori, dall’altro potrebbe avere il risvolto positivo di diminuire in minima parte il potere attrattivo delle macchine mangiasoldi e, quindi, la dipendenza.

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La diffusione del gioco legale contribuisce a ridurre quello illegale? Non è di questo parere la Consulta Nazionale Antiusura, che già nel 2000 parlava di uno “sconcertante tandem tra il [gioco] legalizzato e il criminalizzato” e aggiungeva che “il successo delle operazioni di marketing del primo finisce per riflettersi sull’espansione dell’altro, in un’interazione che è già stata rilevata, almeno dalle correnti più critiche del pensiero economico e sociale, per altre forme di ‘nocività’ generatrici di lucro (tabagismo, consumo di stupefacenti)”[3]. Nel rapporto di giugno 2014 la Consulta ribadisce la propria visione, in quanto “rigorosamente sostenuta da ricognizioni ‘oggettive’”[4]. Gli ultimi dati disponibili indicano che, a fronte di 85 miliardi incassati grazie ai giochi di Stato, si hanno 23 miliardi lordi di guadagno nero per i gruppi criminali e mafiosi[5]. A ciò si aggiungano il business dell’usura, che Libera alla fine del 2012 stimava nella misura di 20 miliardi di euro, e varie altre pratiche utilizzate per lavare il denaro sporco tramite i giochi di Stato. Per esempio, la prassi di acquistare dal fortunato di turno i biglietti vincenti del Superenalotto o del “Gratta e Vinci”. L’acquisto, effettuato con le buone o con le cattive, consente di disporre di un titolo da esibire per legittimare l’incasso del corrispettivo in denaro.

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IL LIBRO

“La dea bendata. Viaggio nella società dell’azzardo” di Marco Dari Mattiacci, prefazione di Leonardo Becchetti, Ecra Edizioni, novembre 2015, pp. 80, euro 7,50

http://www.ecralibri.it/online/shop/la-dea-bendata-viaggio-nella-societa-dellazzardo/

 

[1] Fubini F., Greco A., Azzardo di Stato, Repubblica del 4 marzo 2015 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/03/04/azzardodi-stato34.html?ref=search).

[2] Grazie al Decreto Balduzzi, che afferma per la prima volta, a livello legislativo, l’esistenza del gioco d’azzardo patologico e lo include nei livelli essenziali di assistenza.

[3] Consulta Nazionale Antiusura – Maurizio Fiasco (a cura di), Ricerca sull’inflazione del gioco d’azzardo in Italia. Possibili scenari, Bari, marzo 2000.

[4] Consulta Nazionale Antiusura – Maurizio Fiasco (a cura di), Il gioco d’azzardo e le sue conseguenze sulla società italiana. La presenza della criminalità nel mercato dell’alea, giugno 2014, p. 8.

[5] Coop Italia – Albino Russo (a cura di), Rapporto Coop 2015, p. 193. L’Eurispes fornisce questa stima già in relazione al 2010 (cfr. Eurispes, L’Italia in gioco. Sintesi del rapporto di ricerca, 2011, p. 10 e p. 14: “È stato stimato sulla base documentale Eurispes, e monitorando l’attività delle Forze di Polizia che il volume del gioco clandestino e delle scommesse illegali si attesta intorno ai 23 miliardi di euro, che in termini percentuali rappresentano il 13,1% dell’intero fatturato dell’economia criminale”).

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